Caro energia, l’Europa a pezzi

104
Caro energia
Caro energia

Elettricità, dal 1° ottobre aumento del 59%. L’impennata è conseguenza soprattutto della guerra in Ucraina, che sta entrando in una nuova fase. Intanto, per combattere il boom in bolletta, la Germania va da sola.

Stangata in bolletta: nel quarto trimestre il costo dell’elettricità salirà del 59%. Questo incremento è calcolato su una famiglia-tipo con una media di consumi pari a 2.700 kilowattora/anno, portando così la spesa complessiva del 2022 a 1.322 euro, mentre nel 2021 la stessa spesa si era fermata a meno della metà, 632 euro. E ai consumatori è andata anche bene. L’Arera (Autorità di Regolazione per l’Energia) ha infatti spiegato di aver impedito un rincaro fino al 100% grazie a un intervento straordinario, ossia posticipando il recupero della differenza tra i prezzi preventivati per il terzo trimestre e i costi reali, caratterizzati da forti aumenti.

L’incremento delle tariffe riguarda il mercato in tutela, rappresentato da circa 7 milioni di clienti; gli analisti tuttavia prevedono prezzi molto alti anche sul libero mercato, considerando le difficoltà delle utility (aziende che forniscono servizi di pubblica utilità come appunto energia, ma anche acqua, telecomunicazioni, etc.) che comprano il gas ai prezzi stabiliti dal mercato internazionale per rivenderlo poi a imprese, partite Iva e utenze domestiche.

Di fronte a questa impennata dei prezzi, che ha coinvolto tutta l’Europa, la Germania ha deciso di fare da sola. Dopo aver ostacolato per mesi la proposta di mettere un tetto al costo del gas generalizzato per tutti i membri dell’Unione, ha annunciato a sorpresa di aver attivato un Fondo di Perequazione del valore di 200 miliardi di euro (per fare un confronto, l’intero PNRR italiano vale 235 miliardi), allo scopo di finanziare la riduzione delle bollette elettriche per le aziende e i cittadini tedeschi. La scelta di Berlino, alquanto contestata, significa una cosa molto semplice: gli Stati che hanno i bilanci in ordine possono intervenire a salvaguardia della propria economia, mentre chi non può permetterselo, come ad esempio l’Italia col suo gigantesco debito pubblico, è lasciato in balia della speculazione finanziaria. Inoltre, è da capire quali effetti avranno questi “aiuti di Stato” sulla concorrenza.

Il premier italiano uscente Mario Draghi ha usato parole chiare, dure: “La crisi energetica richiede da parte dell’Europa una risposta che permetta di ridurre i costi per famiglie e imprese, di limitare i guadagni eccezionali fatti da produttori e importatori, di evitare pericolose e ingiustificate distorsioni del mercato interno e di tenere ancora una volta unita l’Europa di fronte all’emergenza. Davanti alle minacce comuni dei nostri tempi, non possiamo dividerci a seconda dello spazio nei nostri bilanci nazionali”.

Tornano al prezzo del gas, che nel nostro paese contribuisce per il 45% alla produzione di energia elettrica, due recenti sviluppi non lasciano presagire nulla di buono. Il primo riguarda le esplosioni sottomarine che hanno danneggiato il gasdotto Nord Stream 2. Nella notte di lunedì 26 settembre è stato lanciato un allarme per una fuoriuscita di gas dalle condutture a pochi chilometri dalla Danimarca, episodio a cui ha fatto seguito un secondo incidente, sempre nella giornata di lunedì, ma stavolta nei pressi del confine con la Svezia.

Secondo alcuni esperti, la funzionalità dell’infrastruttura sarebbe stata compromessa in modo irreversibile a causa dell’azione dell’acqua salata sul rivestimento interno, estremamente sensibile. Il danno ambientale è ancora da calcolare, ma potrebbe rivelarsi di proporzioni gigantesche: infatti il gas metano è il gas serra più pericoloso e dal giorno delle esplosioni enormi quantità si stanno disperdendo nell’atmosfera. Secondo una simulazione, sarebbero fuoriuscite già 80.000 tonnellate di gas che hanno formato una nube di metano che si estende sopra la Svezia e la Norvegia, arrivando a lambire il Regno Unito.

Nel frattempo sono cominciate le accuse reciproche: la Russia ha parlato immediatamente di sabotaggio e ha annunciato, per mezzo del capo del servizio di intelligence estero Sergei Naryshkin, di essere in possesso di materiale che indicherebbe il coinvolgimento dell’Occidente. La Nato, da parte sua, ha citato in un comunicato la presenza di navi militari russe nelle zone delle esplosioni, circostanza che farebbe presagire una responsabilità diretta di Mosca. Il premier polacco Mateusz Morawiecki ha parlato di un’escalation voluta dal Cremlino per far capire al fronte avversario che la sicurezza energetica dell’intero continente europeo sarebbe a rischio.

Il secondo sviluppo che contribuisce a mantenere alto il prezzo del gas e non solo, è relativo ai referendum organizzati dalla Russia nel Donbass, criticati a livello internazionale per le modalità di svolgimento tutt’altro che libere e democratiche. Nel suo discorso di oggi, il leader russo Vladimir Putin ha dichiarato, annunciando l’annessione, che “ci sono quattro nuove regioni in Russia”, riferendosi ai territori di Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia, e contestualmente ha aperto ai negoziati con Kyiv; il destino delle regioni appena annesse non potrà però, secondo Putin, essere oggetto di trattative. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato che questa annessione “non significherà ciò che il Cremlino spera”, e ha aggiunto: “Tutti capiscono bene cosa significherebbe un simile tentativo di annessione”.

Siamo dunque di fronte a una mossa che con tutta probabilità alzerà, e di molto, l’intensità del conflitto. Nelle regioni interessate sono già arrivati i primi coscritti in base al decreto di mobilitazione parziale firmato da Putin la settimana scorsa, e si preannuncia una carneficina. Il New York Times ha infatti pubblicato, dopo averle verificate, decine di chiamate intercettate dall’intelligence di Kyiv tra i soldati e le rispettive famiglie. Secondo questi uomini sul campo, Putin sarebbe un pazzo e la Russia starebbe chiaramente perdendo la guerra. “C’erano 400 paracadutisti e ne sono sopravvissuti soltanto 38”, avrebbe dichiarato un militare russo, “perché i nostri comandanti ci mandano al macello”.

Intanto, secondo alcune stime, dei 300mila coscritti richiamati da Mosca, oltre 175mila avrebbero già lasciato il Paese per non finire al fronte. E per non diventare come un soldato di nome Sergej, che nelle telefonate a casa avrebbe confessato: “Ci hanno dato l’ordine di sparare ai civili a vista. Di uccidere ogni civile che incontriamo e poi nascondere i corpi nella foresta. Sono diventato un assassino”.