Inflazione, mai così alta dal 1985

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Carrello della spesa
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Secondo le stime preliminari dell’Istat, ad agosto l’inflazione è salita all’8,4% su base annua (dal +7,9% di luglio). Quanto durerà ancora? Molto dipende dalla guerra in Ucraina.

“Sono l’energia elettrica e il gas che producono l’accelerazione dei prezzi dei beni energetici non regolamentati (in parte mitigata dal rallentamento di quelli dei carburanti)”, ha spiegato l’Istat in una nota. “Tali beni, con gli alimentari lavorati e i beni durevoli, spingono l’inflazione a un livello che non si registrava dal dicembre del 1985”. Cresce anche l’inflazione di fondo, ossia al netto degli energetici e degli alimentari freschi, raggiungendo il +4,4%.

I sorvegliati speciali rimangono elettricità e gas, che segnano l’ennesima crescita dal +42,9% di luglio al +44,9% di agosto. Di fronte a questa impennata, il governo uscente si è preso qualche giorno per calcolare le risorse sulle quali può contare per varare un ulteriore pacchetto di aiuti a famiglie e imprese. Dovrebbero far parte delle entrate di agosto, e dunque delle risorse a disposizione, anche gli incassi relativi alla tassa del 25% sugli extra-profitti, ossia il contributo imposto alle aziende che stanno realizzando imponenti guadagni (stimati in circa 40 miliardi di euro complessivi) grazie ai prezzi altissimi delle materie energetiche.

Alcune imprese, tuttavia, hanno deciso di non rispettare la scadenza della prima rata (31 agosto con sanzione ridotta al 15%; dal 1° settembre la sanzione sale al 60%), ritenendo “incostituzionali” gli articoli del Decreto Aiuti bis che fissano la tassazione. Dunque, dei 4/5 miliardi previsti, ne è entrato soltanto uno. Alcuni analisti ritengono che le contestazioni siano in parte giustificate, in quanto l’imposta si applicherebbe in realtà sul saldo delle operazioni Iva e non sui profitti reali, che si potranno stabilire con precisione solo all’approvazione dei bilanci societari. Inoltre, nelle operazioni Iva sarebbero comprese alcune transazioni che non legate al rialzo del prezzo dell’energia e che quindi dovrebbero essere escluse dalla tassazione. Il governo è al lavoro per risolvere anche questo problema, e si ipotizza un emendamento che corregga e chiarisca gli articoli del Decreto Aiuti bis al centro delle polemiche.

Nel frattempo, gli effetti dell’inflazione si stanno rivelando drammatici: le stime parlano di aumenti annui della spesa che vanno dai 3.300 ai 4.700 euro in più a famiglia. Molti analisti ritengono che l’inflazione sia primariamente collegata alla guerra in Ucraina e alle sanzioni che la comunità internazionale ha imposto alla Russia. Sotto questo punto di vista si aprono essenzialmente due scenari, uno più roseo e uno decisamente tetro.

Lo scenario ottimistico vede la guerra cessare in breve tempo con una conseguente ripresa del commercio internazionale, soprattutto per quanto riguarda le materie prime, i cui prezzi dovrebbero scendere restituendo il potere d’acquisto ai consumatori. Secondo questo scenario, la perdita di reddito sarebbe temporanea e senza eccessive conseguenze nel lungo periodo.

Va sottolineato che, secondo alcune analisi, è probabile che anche in questo scenario ottimistico l’inflazione non rientri integralmente e che rimanga al di sopra del 5% per qualche anno. Il fatto che quella di fondo, o core, si attesti ormai al 4,4% (al doppio dell’obiettivo posto dalla BCE), indica che tutta l’economia è in qualche modo contagiata; ciò è dipeso anche dalla brusca interruzione delle catene di approvvigionamento causato dalla pandemia, catene che faticheranno a tornare a livelli pre-pandemici.

Nello scenario pessimistico, invece, la guerra continua per mesi o addirittura per anni. In questo caso i consumatori potrebbero vedere il proprio potere d’acquisto intaccato durevolmente, con una diminuzione permanente della spesa delle famiglie. Per contrastare questo effetto, il governo potrebbe intervenire con dei sostegni all’economia, ma sarebbe una strada non sostenibile nel lungo periodo. In alternativa, i consumatori potrebbero chiedere aumenti di salario che stiano al passo con la crescita dei prezzi; se ottenuti, tuttavia, questi aumenti potrebbero provocare una ulteriore impennata dei prezzi, con l’economia che finirebbe in una spirale prezzi-salari caratterizzata da un’inflazione comunque elevata. In questa ipotesi, che però non è condivisa da tutti gli economisti, potrebbero crearsi le condizioni per una recessione in cui non solo non verrebbe recuperato il potere d’acquisto perduto, ma crescerebbero le disuguaglianze sociali, in quanto non tutte le categorie hanno lo stesso potere economico e quelle più deboli verrebbero colpite più duramente.

Spetterà al governo che nascerà dopo le elezioni del 25 settembre occuparsi di questo delicato problema (sul piatto c’è la tenuta dell’economia del paese), con la consapevolezza che eventuali scelte sbagliate tanto in politica interna quanto in politica estera potrebbero condurre a conseguenze devastanti sotto il profilo economico e sociale.