Declino demografico e mercato del lavoro

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Declino demografico
Declino demografico

Da anni l’Italia è in costante calo demografico e nei prossimi due decenni questa tendenza potrebbe impattare drammaticamente sul nostro mercato del lavoro, con conseguenze sulla produttività, sull’assistenza e sulla previdenza.

Secondo i dati di uno studio della Fondazione Giuseppe Di Vittorio della Cgil, a firma di Beppe De Sario, Giuliano Ferrucci e Nicolò Giangrande, nel 2042 il bacino dei potenziali lavoratori potrebbe registrare ben 6,8 milioni di unità in meno, a fronte di un aumento della popolazione non in età da lavoro (sotto i 15 e sopra i 64 anni) di 3,8 milioni di unità e un invecchiamento generale della popolazione con l’età media che crescerà di circa 4 anni.

“La recente crescita del tasso di occupazione [tornato a dicembre 2021 agli stessi livelli pre-pandemia, pari al 59%, NdR] è un effetto ottico determinato solo in parte dalla crescita degli occupati e, in misura non trascurabile, dalla contrazione della popolazione in età lavorativa”, affermano gli autori dello studio. La decrescita demografica, continuano, “è un fenomeno ormai consolidato: le stime a vent’anni indicano infatti una riduzione della popolazione residente in Italia dai 59 milioni del 2022 ai 56 milioni previsti nel 2042 e un aumento dell’età media da 46,2 a 50 anni.”

La crisi demografica italiana avrà un impatto “sulla quantità dell’offerta di lavoro e sulla composizione anagrafica degli occupati con delle ripercussioni sulla produttività, sull’assistenza e sulla previdenza. Un’Italia priva dell’energia delle giovani generazioni sconterà nel medio e lungo periodo un deficit di crescita, non solo per il calo dei nuovi nati ma anche per le scarse capacità dimostrate finora dal nostro Paese di valorizzare gli immigrati e creare le condizioni per una loro integrazione e stabile permanenza”.

Al calo demografico contribuisce l’ormai consolidata l’emigrazione italiana verso l’estero, che si attesta sulle circa 100-120mila persone ogni anno. Per circa un terzo, si tratta di persone tra i 25 e i 34 anni, la maggior parte dei quali in possesso di un titolo di laurea. La motivazione che spinge questi giovani è quasi sempre quella della ricerca di un lavoro migliore (anzi, del lavoro per il quale si sono formati e che in Italia raramente viene loro proposto) e di un salario adeguato.

Per quanto riguarda invece le politiche migratorie in ingresso, si riscontra da una parte una decrescita dell’immigrazione e dall’altra, come evidenziato dagli autori della ricerca, una bassa o assente integrazione. Infatti, la recente sanatoria del 2021 ha sì raccolto 220mila domande di regolarizzazione (in totale gli immigrati senza valido permesso di soggiorno ammontano a circa 5-600mila), ma in gran parte esse risultano ancora non evase. Inoltre, molti analisti ritengono che nel frattempo il bacino degli irregolari si sia ricostituito, a beneficio delle organizzazioni criminali che sfruttano i clandestini. Continua così la negazione dei diritti e di una dignitosa situazione materiale di vita e di lavoro, e si priva anche lo Stato delle tasse e dei contributi che verrebbero versati in condizioni di legalità.

Per evitare che lo scenario ipotizzato dai ricercatori della Fondazione Di Vittorio si concretizzi, bisognerebbe mettere in campo sia interventi urgenti riguardanti il lavoro, la precarietà, i salari e l’immigrazione, sia rivolgere una maggiore attenzione all’andamento demografico italiano, in negativo da tempo (il 2021 si è attestato sotto le 400mila nuove nascite), con iniziative di sostegno a favore delle famiglie e della natalità. La Francia ad esempio, implementando misure di questo tipo, ha aumentato considerevolmente il numero delle nascite, tra i più alti dell’Unione europea (il tasso di fertilità transalpino è pari a 1,86 bambini per ogni donna, contro la media europea del 1,53 e il tasso italiano, che si attesta tra gli ultimi, con il 1,27 – Dati 2019, Openpolis).

La natalità ha certamente risentito negli ultimi due anni della pandemia e delle sue conseguenze economiche e sociali, ma prendendo in considerazione un periodo più ampio, vediamo che una delle sue cause storiche risiede nella sfiducia sempre più accentuata verso il futuro da parte delle fasce più giovani della popolazione. Nella decisione di formare una famiglia, ha un posto rilevante la speranza di poter crescere serenamente e dignitosamente i propri figli: ciò significa occupazione, servizi, sostegno da parte delle istituzioni. Elementi rispetto ai quali il nostro paese deve recuperare molto, molto terreno.