La morte di Dio

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Ritratto di F. Nietzsche, Edvard Munch, particolare
Ritratto di F. Nietzsche, Edvard Munch, particolare

Nietzsche, senz’altro il più celebre degli assassini di Dio, anche se non il primo, afferma esplicitamente per la prima volta in un’opera pubblica la morte di Dio nel noto aforisma 125 (L’uomo folle) de La Gaia Scienza: «“Dov’è andato Dio? […] ve lo voglio dire! Noi lo abbiamo ucciso, – voi e io! Noi tutti siamo i suoi assassini! […] dell’odore della putrefazione non sentiamo ancora nulla? – anche gli dei imputridiscono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso». L’uomo folle cerca Dio, ma cerca l’uomo, poiché Dio, in Nietzsche, è proiezione dell’uomo. La distanza Dio-uomo si fa sempre più insignificante fino a svanire. Le cause della morte sono chiare: Dio non è morto da sé, ma è stato ucciso da noi. Questa morte non è un fatto strano o sorprendente, ma un avvenimento necessario; è l’incredulità del pubblico a essere fuori luogo. «Vengo troppo presto […] non è ancora il mio tempo», è costretto a proseguire l’uomo folle.

Noi lo abbiamo ucciso, e questo è un paradosso contrario al Dio cristiano: Dio è causa di sé stesso, ed esso solo può decidere la propria morte; che egli si lasci uccidere corrisponde alla progressione del concetto di Dio al suo ultimo stadio, alla decisione dell’incarnazione. Il massimo atto sacrificale che Dio poteva compiere per l’uomo, porta alla conseguenza ultima dell’auto-causazione, alla sua morte, che ha il senso di una kenosis, di uno svuotamento nell’uomo, di un auto-superamento. Non è secondaria l’affermazione specifica di Nietzsche che non dichiara la mancanza, la non esistenza, ma la morte. Sarebbe perciò assolutamente equivoco intendere l’annuncio di Nietzsche come un semplice passaggio dalla tesi all’antitesi, dall’esistenza alla non esistenza. Dio con la sua morte si compie; se l’atto avviene in apparenza fuori di Dio, è però Dio stesso che per compiersi muore, replicando il sacrificio di Gesù Cristo mandato sulla terra e ponendo sé stesso alla fine di un’era. Tale morte compiente è necessaria solo per coerenza, per l’amore di verità, la parola di verità che lo stesso cristianesimo insegna: «Si veda che cosa ha davvero riportato la vittoria sul Dio cristiano: la moralità cristiana stessa, il concetto di veridicità inteso con sempre maggior rigore, la sottigliezza da padri confessori della coscienza cristiana, tradotta e sublimata in coscienza scientifica, in pulizia intellettuale a qualunque prezzo». Nietzsche non nega Dio, lo pone all’interno di una storia.

Sembriamo pronti ad accogliere il messaggio, ma altrettanto pronti a sostituire il Dio cristiano con altro, a dimostrare che il problema dell’uomo oggi non sia la dipendenza dalla divinità-Dio cristiano in sé, quanto la necessità di fede metafisica, di una fiducia che oltrepassi la terra. La critica di Nietzsche, strettamente connessa all’annuncio della morte di Dio, è evidente dal titolo dell’opera in cui essa è dichiarata: per l’appunto, Gaia Scienza. È proprio alla scienza che infatti il nostro autore si rivolge criticamente: «Si vede che anche la scienza riposa su una fede, non esiste affatto una scienza priva di presupposti […] è pur sempre una fede metafisica, quella sulla quale riposa la nostra fede nella scienza». Essa non può che essere considerata valida solo dal punto di vista umano, non può che rider di sé stessa e farsi per l’appunto gaia, senza la pretesa di essere disvelatrice di verità assoluta.

È vero che il Dio morto è una presenza umbratile, ma tale annuncio, per chi è in grado di accogliere il messaggio, si accompagna per Nietzsche a un sentimento gioioso: «le sue conseguenze per noi sono, al contrario di quanto ci si potrebbe attendere, nient’affatto tetre e rabbuianti, appaiono semmai come una nuova specie, difficile da descrivere, di luce, di felicità, di sollievo, di rasserenamento, d’incoraggiamento, di aurora…». Essere piantati nell’oggi della vita sensibile è il senso della nostra serenità.