Rousseau dalle origini del patto al problema della maggioranza

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Jean-Jacques Rousseau
Jean-Jacques Rousseau

«L’uomo è nato libero, e ovunque è in catene. Anche chi si crede padrone degli altri, non è per questo meno schiavo di loro». Da questa considerazione prende le mosse Il contratto sociale di Rousseau, riconosciuto come uno tra i testi più influenti del pensiero moderno, in cui l’autore descrive il passaggio dallo stato di natura alla società civile, e da questa allo Stato.

Delineando il modello teorico dello stato di natura, Rousseau prende le distanze sia dalla concezione antropologica che vede l’uomo come un essere naturalmente socievole, sia dalla concezione che interpreta l’uomo come naturalmente conflittuale. L’uomo rousseauiano non è l’animale politico di Aristotele, né l’homo homini lupus di Hobbes. Esso è piuttosto caratterizzato da un’originaria bontà, prerazionale e non ancora eticamente orientata, che ha tutto dell’istinto e niente del calcolo. Secondo il filosofo ginevrino, l’essere umano si riunisce politicamente solo nel momento in cui si incontra-scontra con la necessità di dover definire uno spazio, tracciando quella prima linea di confine che trasfigura l’altro in socius. Così, gli uomini stipulano un contratto sociale, che rispetto allo stato di natura si caratterizza come artificio e convenzione: «Poiché nessun uomo ha un’autorità naturale sul suo simile, e poiché la forza non produce alcun diritto, restano dunque le convenzioni come base di ogni autorità legittima tra gli uomini». In tal modo, la società si costituisce attraverso un’alienazione totale, che conduce l’individuo a dissolversi nel corpo comune. Il popolo diviene sovrano: «Automaticamente, al posto della singola persona di ciascun contraente, quest’atto di associazione dà vita a un corpo morale e collettivo, composto di tanti membri quanti sono i voti dell’assemblea; da questo stesso atto tale corpo riceve la sua unità, il suo io comune, la sua vita e la sua volontà».

Eppure, lo stesso Rousseau è ben consapevole della fragilità che struttura il patto. Si tratta del residuo egoistico che non riesce a sciogliersi per il bene comune: «In effetti, ogni individuo può, come uomo, avere una volontà particolare contraria o diversa dalla volontà generale come cittadino». Lo spazio residuale che permane tra la volontà individuale e la volontà generale è tale che neppure il voto della maggioranza, nel quale dovrebbe trovare espressione la comunione delle volontà, riesce a porsi come sintesi risolutiva, poiché la maggioranza può essere costituita tanto da individui vocati al bene comune, quanto da individui non ancora liberi dalle proprie particolari inclinazioni. In altre parole, l’essenza della volontà generale è qualitativa e non quantitativa, e bisognerebbe essere più simili agli dèi che agli uomini per realizzare una democrazia autentica: «Se ci fosse un popolo di dèi, si governerebbe democraticamente. Ma un governo così perfetto non è fatto per gli uomini».