Il Reddito di cittadinanza tra proposte di modifica e richieste di abolizione

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Reddito di Cittadinanza
Reddito di Cittadinanza

Nonostante le frequenti strumentalizzazioni a fini politici e le numerose frodi, il Reddito di cittadinanza resta una misura che fornisce un sostegno economico indispensabile per milioni di famiglie, a cui si aggiunge un impatto positivo in termini di benessere fisico e psicologico.

L’ultimo caso è emerso nei giorni scorsi: 21 percettori del Reddito di cittadinanza sarebbero stati denunciati alla procura di Catania perché nei loro conti di gioco online sarebbero transitate cifre per oltre 3,7 milioni di euro (con una media di circa 175.000 euro a persona). Tali vincite non sarebbero state dichiarate all’Inps che dunque riteneva quei soggetti ancora in possesso dei requisiti per ottenere il sussidio e lo versava regolarmente. Oltre alle denunce, sarebbero state quindi avviate le pratiche per la sospensione del beneficio e il recupero delle somme erogate, che corrisponderebbero a circa 225mila euro.

Il numero delle frodi che riguardano l’RdC e una presunta disincentivazione all’impiego per chi lo percepisce sono i motivi che spingono Italia Viva e la Lega a creare una nuova frattura nella maggioranza: non bastavano dunque le frizioni nate dalle riforme che l’Europa ci chiede di approvare per ottenere i fondi del PNRR su materie quali giustizia, fisco e liberalizzazioni (una delle più dibattute riguarda le concessioni balneari).

Italia Viva, in particolare, occupa la posizione più radicale: auspicherebbe infatti l’abolizione totale dell’RdC. “Il reddito di cittadinanza è quanto di più diseducativo ci sia oggi in questo Paese”, ha dichiarato Matteo Renzi, “educa soprattutto le giovani generazioni del Sud a non pensare in grande, ma ad accontentarsi e magari anche ad avere un voto di scambio con il leader di turno”. Per portare avanti la sua iniziativa, Italia Viva ha annunciato che da metà giugno avvierà una raccolta firme nazionale.

Per la Lega, l’RdC dovrebbe essere cambiato radicalmente perché, come ha dichiarato Matteo Salvini, la misura “sta diventando uno strumento di lavoro nero e disoccupazione”. Il ministro del Turismo Massimo Garavaglia ha avanzato una proposta per rivederne il funzionamento nell’immediato e andare incontro alle richieste delle imprese del settore turistico che lamentano la mancanza di manodopera: la possibilità di mantenere il 50% del contributo per chi accetta un impiego stagionale.

Il ministro del Lavoro Andrea Orlando, che in passato ha difeso più volte la misura, ha evidenziato che “senza il reddito di cittadinanza, questo Paese avrebbe avuto un disastro di carattere sociale durante la Pandemia”, aggiungendo che può essere indubbiamente migliorato.

Ma come stanno veramente le cose? Se da un lato l’RdC è spesso nell’occhio del ciclone perché strumentalizzato a fini politici, dall’altro è importante conoscere meglio i dati per comprendere come stia funzionando. Secondo l’indagine dell’Inapp, Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche, basata su un campione di 45mila interviste, prima dell’emergenza pandemica le famiglie che percepivano l’RdC erano 814mila, mentre quelle che hanno iniziato a beneficiarne durante la crisi sanitaria sono state circa 1 milione, per un totale di 1,8 milioni. Confermando così l’importanza di questa misura rivolta alla parte della popolazione più esposta ai crescenti fenomeni di povertà. Inoltre, dalla rilevazione emerge come 1,4 milioni di famiglie abbiano presentato richiesta senza però che sia stata accolta, mentre 1,6 milioni di famiglie non hanno ancora fatto domanda ma intendano farlo.

Per quanto riguarda le caratteristiche socioeconomiche della platea dei beneficiari, l’RdC è stato richiesto prevalentemente da famiglie con redditi medio bassi, da famiglie monocomponenti e da coppie con figli. Dal punto di vista della distribuzione geografica, i beneficiari sono presenti soprattutto nel Mezzogiorno, ma l’inchiesta evidenzia una domanda rilevante anche nel Nord-Ovest e nel Nord-Est. Riguardo alla questione territoriale, è sempre aperto il dibattito sulla necessità di differenziare il beneficio in funzione del diverso potere d’acquisto. Lo squilibrio nel costo della vita Nord-Sud produce anomalie anche sotto altri punti di vista: in alcuni concorsi della Pubblica Amministrazione (quindi con le medesime retribuzioni per tutto il territorio) si sono registrate molte rinunce da parte dei vincitori delle graduatorie quando la posizione comportava un trasferimento al Nord. Uno stipendio da insegnante di scuola pubblica ha un peso molto diverso tra una città come Milano e una come Palermo.

Per quanto riguarda le proposte di lavoro, la parte dell’RdC sicuramente migliorabile, il 50% dei beneficiari intervistati ha dichiarato di aver ricevuto una proposta dai centri dell’impiego, ma di non averla accettata nel 56% dei casi perché la proposta non era corrispondente alle competenze possedute (53,6%) o al proprio titolo di studio (24,5%), per la retribuzione troppo bassa (11,9%) e per necessità di spostarsi (7,9%). Il 78% delle famiglie beneficiarie ha nel complesso valutato modesta la qualità delle opportunità ricevute.

Infine, secondo la rilevazione, l’RdC ha contribuito a migliorare alcuni parametri socioeconomici ma anche psicologici dei beneficiari. Il 77% ha dichiarato che l’RdC è una risorsa indispensabile, 61% di aver migliorato la propria condizione economica, il 64% di aver maggiore fiducia nelle istituzioni, il 54% di percepire un maggiore benessere psico-fisico, e in generale maggiore fiducia in se stesso e nel futuro.

Nel suo complesso, l’RdC ha svolto la sua funzione di sostegno alle fasce più esposte, assicurando non solo un supporto economico ma anche dal punto di vista della dignità della persona e della prospettiva futura. Il nodo sembra rimanere il mercato del lavoro, dominato da retribuzioni troppo basse, da un eccessivo utilizzo dei contratti a termine e dalla diffusione del lavoro nero. Gli effetti della pandemia e della guerra in Ucraina, in particolare l’inflazione, contribuiscono ad aggravare il quadro.

È auspicabile quindi una riforma organica del mercato del lavoro, sull’esempio di altri paesi europei che stanno prendendo importanti provvedimenti come la Spagna (intervenuta di recente con una legislazione che si pone obiettivi ambiziosi sull’integrazione salariale, sulla riduzione della precarietà e sulla contrattazione collettiva) e la Germania (che ha aumentato il salario minimo orario portandolo, a partire dall’autunno, da 9,82 a 12 euro).