Il massacro di Uvalde, Texas

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Armi da fuoco
Armi da fuoco

Dopo la strage compiuta dal diciottenne nella sua ex scuola, negli Usa si è riacceso il dibattito sulle armi, ma finché saranno considerate un simbolo di appartenenza identitaria e culturale, difficilmente qualcosa cambierà.

È avvenuto martedì 24 maggio a Uvalde, una piccola cittadina del Texas, vicina al confine con il Messico, un’area a prevalenza ispanica. Prima di compiere la strage, Salvador Rolando Ramos avrebbe ferito la nonna mentre era ancora a casa, poi sarebbe uscito con i due fucili che secondo le prime ricostruzioni ha acquistato appena compiuti i 18 anni e avrebbe raggiunto l’istituto scolastico, luogo in cui, da studente, ha vissuto anni difficili: sarebbe stato infatti vittima di bullismo per la sua bassa condizione socioeconomica e per la balbuzie di cui soffriva.

Secondo l’FBI, almeno nella metà dei casi di “mass shootings”, ossia sparatorie di massa, è possibile rintracciare una serie di segnali: una condizione di instabilità mentale, una storia di comportamenti aggressivi e in alcuni casi violenti, il riferimento esplicito ad attacchi. Ramos ha mostrato alcuni di questi segnali, ma non sono stati presi in considerazione o non è stato dato loro il giusto peso. Sembra che un giorno si sia presentato a scuola con piccoli sfregi di autolesionismo sul volto, e che in generale vivesse una difficile situazione personale e familiare: cresciuto senza padre e con una madre secondo alcune fonti afflitta da problemi di tossicodipendenza. La gravità delle liti con la madre hanno perfino richiesto l’intervento della polizia e lo hanno portato a spostarsi a casa della nonna.

Lasciata la scuola, Ramos ha trovato lavoro in un fast food, dove è stato descritto dai colleghi come aggressivo e poco rispettoso verso le ragazze. Accanto a questi comportamenti devianti, Ramos manifestava apertamente la sua passione per le armi, esprimendo il desiderio di arruolarsi così avrebbe potuto uccidere. Dopo l’ennesimo litigio con la nonna, le ha sparato e poi si è introdotto nella sua ex scuola. È stato ucciso dalla polizia, ma non prima di aver compiuto la peggiore strage dai tempi del massacro della scuola elementare Sandy Hook, quando nel 2012 il ventenne Adam Lanza uccise 26 persone tra cui 20 bambini.

“Sono stanco, dobbiamo agire sulle armi. Queste carneficine avvengono soltanto negli Stati Uniti”, ha dichiarato Joe Biden, annunciando una visita nei prossimi giorni per incontrare le famiglie delle vittime. La NRA, National Rifle Association, che rappresenta gli interessi dei produttori di armi, si è scagionata da sola da ogni responsabilità, attribuendo quanto accaduto a un gesto di criminale “isolato e disturbato”.

Gregg Abbott, il governatore repubblicano del Texas accanito sostenitore di Donald Trump, ha dichiarato che Ramos “ha sparato e ucciso in modo orribile e incomprensibile”. Parole che sono state molto criticate, visto che è stata una sua iniziativa la legge che consente a chiunque in Texas non solo di acquistare e possedere armi, ma anche di portarle con sé senza licenza e senza alcun addestramento. Questo provvedimento del settembre 2021 sarebbe stato finalizzato ad aumentare le vendite delle armi nello Stato, con un conflitto di interesse sottolineato da più parti: infatti il 27 maggio è previsto proprio a Houston, in Texas, il congresso annuale della NRA ed è prevista la partecipazione di Abbott nella doppia veste di governatore e di sostenitore dell’associazione.

Il Texas, come altri stati dove le maglie della vendita delle armi sono tutt’altro che strette, ha una lunga storia di stragi. Soltanto nell’agosto del 2019 si sono verificati due massacri gravissimi, entrambi di matrice razzista: il primo in un supermercato di El Paso (23 morti), il secondo a Midland (7 morti e 25 feriti). Oltre a una politica estremamente permissiva sulle armi, Abbott ha trasformato il Texas in un laboratorio di politiche conservatrici, adottando misure di restrizione sull’aborto e di contrasto all’immigrazione illegale (anche se sua moglie, di origine ispanica, è nipote di immigrati dal Messico). Ha suscitato molte polemiche anche la sua gestione della pandemia: il governatore si è fermamente opposto a rendere obbligatori sia i vaccini che le mascherine.

Tornando al tema delle armi, il comportamento di Abbott può aiutarci a capire un po’ più a fondo il problema. Dopo tutti i tragici esempi di come pistole e fucili d’assalto possano finire con facilità nelle mani di persone intenzionate a uccidere (nell’85% delle stragi degli ultimi 30 anni le armi erano state regolarmente comprate), sarebbe sensato introdurre una qualche forma di limitazione alla vendita e di rendere più stringenti i requisiti e i controlli su coloro che desiderano acquistare armi. Perché non accade? Perché il dibattito va avanti infruttuosamente da decenni riaccendendosi a ogni strage?

Una ragione può essere individuata nel fatto che le armi, negli Stati Uniti, sono ormai diventate un simbolo di appartenenza politica e culturale. Essere favorevole alla vendita e alla detenzione delle armi significa essere portatori di un’identità ben specifica, significa affermare un certo modo di pensare su questioni politiche e sociali. È per questo motivo che il governatore del Texas Abbott non si è limitato a intervenire sulle armi, ma anche sull’aborto, sull’immigrazione e su altri temi ritenuti sensibili dal suo elettorato conservatore.

Finché le armi saranno considerate un simbolo identitario e di appartenenza, secondo gli studiosi della società americana sarà molto difficile che avvengano cambiamenti. Questo fenomeno, politicizzato a partire dagli anni ’70 dalla NRA col preciso scopo di aumentare le vendite e trascurando qualsiasi aspetto etico, andrebbe osservato al netto delle valenze simboliche e politiche di cui è stato caricato nei decenni. In questo modo lo si potrebbe inquadrare per ciò che veramente è, un’operazione commerciale dalla quale una parte, i produttori e i venditori, ricava enormi guadagni e un’altra parte, i cittadini, trae un’illusoria sicurezza e una concreta possibilità di vedersi puntare in faccia un’arma. O peggio ancora, di vedere che quest’arma venga puntata contro i propri figli.