Il sacrifico di Isacco: Kierkegaard e Levinas a confronto

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Soren Kierkegaard (sx) ed Emmanuel Levinas (dx)
Soren Kierkegaard (sx) ed Emmanuel Levinas (dx)

Levinas, filosofo francese ebreo di origini lituane del XXI sec., allievo della fenomenologia husserliana e studioso di esegesi biblica e talmudica.

Kierkegaard, filosofo danese del XIX sec., un’esistenza votata alla ricerca di una sintesi tra filosofia e religione, sintesi impossibile che sarà la sua «spina nella carne».

Due secoli separano questi due pensatori, ma non impediscono di vedere il comune tentativo di conciliare il sacro e il profano, sullo sfondo di una costante difesa e valorizzazione della soggettività nella sua unicità. Vicinanza negli intenti che però si traduce in una assoluta divergenza negli approdi teorici.

Uno dei luoghi più significativi in cui possiamo rilevare questa differenza sostanziale è l’interpretazione del capitolo 22 della Genesi, che narra del sacrificio di Isacco ordinato da Dio ad Abramo. Kierkegaard interpreta l’episodio valorizzando il momento in cui Abramo obbedisce all’ordine di trasgredire il comandamento del «non uccidere», accettando di sacrificare il suo unico figlio dal quale gli era sta promessa la discendenza. L’accettazione per fede di questo ordine paradossale è per il filosofo danese il momento più alto del dramma: la soggettività compie il salto mortale verso la fede, stadio più elevato dell’esistenza, al di là dell’etica. La verità della fede è una verità sofferente: sofferente perché relazione con una presenza assente, con un Dio umiliato, non creato che si fa creatura, si fa uomo, soffre e muore. La verità religiosa è una contraddizione che resta inconciliata, che resta ferita aperta, incomprensibile all’orecchio umano, che non dischiude all’uomo l’altro uomo, ma Dio, nella solitudine e nel silenzio.

Per Levinas questa lettura si ferma alla superficie. Egli coglie invece la straordinarietà dell’incontro nell’attenzione che Abramo presta alla seconda voce che lo riconduce all’ordine etico, impedendogli il sacrificio umano: «Il fatto che lui abbia ubbidito alla prima voce è sorprendente; il fatto che si sia posto, nei confronti di questa obbedienza, a una distanza sufficiente per sentire la seconda voce: ecco l’essenziale».

Per Kierkegaard l’etico è lo stadio della generalità, che si deve superare per salvaguardare la singolarità dell’io; di qui la sospensione dell’etica. Per Levinas non è possibile nessun aut-aut. La verità della parola divina si rivela nell’«Eccomi» dell’io per l’altro. Nell’etica che sospende sorge l’io come responsabilità infinita per l’altro uomo.