Il vaiolo delle scimmie e il cambiamento climatico

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Scimmie
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Desta allarme la diffusione in Europa di un virus normalmente limitato ad aree remote dell’Africa. I primi casi anche in Italia.

Nelle ultime settimane, casi di vaiolo delle scimmie (monkeypox) sono stati segnalati in vari paesi europei, oltre che negli Stati Uniti e in Canada. Questa malattia, correlata al vaiolo umano, è normalmente circoscritta ad alcune zone dell’Africa, ma sembra aver trovato il modo di valicare i confini del continente. Il primo caso italiano, identificato ieri, 19 maggio, all’Istituto Spallanzani di Roma, riguarda un connazionale di ritorno da un soggiorno nelle isole Canarie; sono in fase di accertamento altri due casi sospetti. Tuttavia, e questo è l’elemento che desta attenzione nella comunità medica, non tutti i casi segnalati in Europa sono legati a viaggi in Africa.

In particolare, per quanto riguarda il Regno Unito, mentre il primo caso del 7 maggio era riconducibile a un soggiorno in un’area della Nigeria dove il virus è presente tra gli animali selvatici, i successivi casi segnalati il 14 maggio sarebbero stati identificati, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, tra persone della stessa famiglia che però non presentano né una storia recente di viaggi né contatti con il caso del 7 maggio. L’Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, sottolinea inoltre che altri 4 casi sono stati confermati il 16 maggio in persone che non hanno effettuato viaggi in aree endemiche e non hanno avuto contatti con i casi segnalati precedentemente. Il Portogallo ha confermato 5 casi mercoledì scorso, il 18 maggio, più altri 20 sospetti, tutti concentrati a Lisbona e nelle vicinanze. Negli stessi giorni, è arrivata la notizia di 8 casi sospetti anche dalla Spagna. “È la prima volta che vengono segnalate catene di trasmissione in Europa senza collegamenti epidemiologici noti con l’Africa occidentale e centrale”, riporta l’Ecdc.

La Bbc afferma che in Canada sarebbero in corso verifiche su decine di casi sospetti e il Cdc (Center for Disease Control) statunitense ha espresso preoccupazione per i mezzi di contagio: “Abbiamo la sensazione che potrebbero esserci alcuni metodi insoliti di trasmissione, attraverso il contatto intimo o qualche forma di stretto contatto personale che non abbiamo precedentemente associato al vaiolo delle scimmie”. L’infezione da animale a uomo avviene normalmente per il morso di roditori o di altri piccoli animali; invece, tra le persone, la malattia si trasmette prevalentemente per via aerea (attraverso le droplets che abbiamo imparato a conoscere così bene a causa del Covid-19), ma sembrerebbe anche attraverso contatti con lesioni cutanee e fluidi corporei. Nei casi segnalati nelle ultime settimane, si è registrato un grado di trasmissione ritenuto anomalo e che potrebbe essere collegato ai rapporti intimi: infatti la maggior parte dei casi riguarda uomini omosessuali o bisessuali e i ricercatori stanno valutando la possibilità che i contagi si siano verificati attraverso contatti stretti di tipo sessuale. Inoltre, si tratta di persone giovani, che non hanno effettuato il vaccino contro il vaiolo umano (obbligatorio fino al 1977) che garantirebbe, secondo gli esperti, una buona protezione anche contro quello delle scimmie.

Rispetto invece al travalicamento delle aree di normale diffusione e all’ampliamento nella distribuzione geografica, alcuni studiosi chiamano in causa l’attività umana di sfruttamento delle risorse naturali, citando come esempio la diffusione di casi di vaiolo delle scimmie in Brasile, nelle aree di disboscamento delle foreste amazzoniche: la distruzione degli habitat avrebbe portato a un maggior contatto tra le specie animali portatrici e l’uomo, determinando così la trasmissione.

Anche nel caso del Covid-19, la cui origine rimane comunque controversa, la comunità scientifica internazionale ha ipotizzato una zoonosi, ossia un “salto di specie”, dai pipistrelli all’uomo. Fermo restando il fatto che non si hanno ancora riscontri certi, la gran parte dei ricercatori concorda sul fatto che il cambiamento climatico favorirebbe la diffusione dei virus e quindi delle malattie. È importante sottolineare che il cambiamento climatico non riguarda solo le emissioni di gas nocivi e l’innalzamento della temperatura terrestre, ma coinvolge tutti quei fenomeni legati alle attività umane, quali appunto la deforestazione e la conversione dei terreni per uno sfruttamento economico, che provocano la devastazione degli habitat naturali e l’alterazione degli ecosistemi. Virus relegati nelle profondità delle foreste e delle giungle entrano a contatto con le persone proprio perché quelle foreste e quelle giungle non esistono più, sostituite da coltivazioni e allevamenti.

Uno studio pubblicato su Nature evidenzia come migliaia di specie di animali, private del proprio ambiente naturale, stiano migrando verso gli insediamenti umani sia per trovare cibo, sia per sfuggire alle temperature sempre più alte. La ricerca ipotizza che nei prossimi 50 anni, se si concretizzerà l’aumento di temperatura globale paventato dagli esperti pari a 2°, potrebbero comparire 15.000 nuovi virus a causa della possibilità di replicazione e di mutazione assicurata dai contatti stretti tra specie un tempo fisicamente separate. Altri centri di ricerca come l’Ipbes, la piattaforma dell’Onu che si occupa della biodiversità e degli ecosistemi, e la Società europea di microbiologia clinica e malattie infettive confermano sostanzialmente il quadro: il cambiamento climatico, l’innalzamento delle temperature, fenomeni estremi quali uragani, inondazioni e siccità, l’inquinamento ambientale e il deterioramento della qualità dell’aria, i flussi migratori non solo di animali ma anche di persone – tutti fenomeni strettamente interconnessi -, costituirebbero il sostrato ideale per l’apparizione di nuovi virus.

“Per i virus del mondo, questo periodo rappresenta un’opportunità senza precedenti”, afferma il giornalista scientifico Ed Yong, premio Pulitzer per le sue inchieste sul Covid-19. Il suo articolo, pubblicato sulla rivista The Atlantic, è significativamente intitolato “Abbiamo creato il Pandemicene”, ossia un’era caratterizzata da pandemie e dal salto dei virus da specie a specie.

“Dobbiamo prepararci all’idea che le pandemie saranno sempre più frequenti”, dichiara Colin Carlson, biologo del cambiamento globale all’università di Georgetown e co-autore dello studio pubblicato da Nature. “Il momento in cui agire per bloccare il cambiamento climatico ed evitare un aumento della trasmissione virale era 15 anni fa. Siamo in un mondo che è 1,2°C più caldo rispetto ai livelli pre-industriali e non possiamo fare marcia indietro”.

Negli ultimi decenni, si è diffusa una sempre maggiore sensibilità ambientalista e molti governi hanno riconosciuto la necessità di porre al centro dell’agenda la lotta all’emergenza climatica, un fenomeno ormai supportato da numerosi dati scientifici sui quali la comunità internazionale concorda quasi all’unanimità; le azioni concrete sono però ancora troppo poche, e quelle che vengono intraprese hanno per lo più altre motivazioni. Alcuni giorni fa, ad esempio, la Commissione europea ha proposto di dotare tutti i nuovi edifici di pannelli solari; un’iniziativa importante e apprezzabile, tuttavia dovuta principalmente alla volontà di interrompere la dipendenza dal gas russo, in un’ottica quindi economica e geopolitica. Sarebbe invece auspicabile che la messa in atto di piani di forte impatto come questo avvenga primariamente sulla base di una necessità che non possiamo più rimandare, la salvaguardia del pianeta, affermandone quindi l’assoluta centralità.