Dostoevskij e l’enigma salvifico della bellezza

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Fedor Michajlovic Dostoevskij
Fedor Michajlovic Dostoevskij

La celebre frase «la bellezza salverà il mondo» compare per la prima volta in uno dei momenti più tetri di tutto L’idiota. Ippolìt è un giovane ragazzo, malato terminale di tisi; egli di fronte a un ristretto pubblico di conoscenti si prepara a leggere un articolo, nel quale è contenuta la spiegazione del suo disperato tentativo di suicidio: «Signori, – si mise a gridare davanti a tutti, – il principe afferma che il mondo sarà salvato dalla bellezza! E io affermo che ha idee così giocose perché è innamorato […]. Quale bellezza salverà il mondo?». Ma Myskin ha la stessa reazione del Cristo – di cui è la rappresentazione dostoevskiana – davanti al Grande Inquisitore: il silenzio. Tace perché il bene imposto, esplicato, dimostrato contraddice sé stesso.

Interpretare quel silenzio evangelico significa addentrarsi nel nesso indissolubile che lega la bellezza all’eternità. La bellezza ci salva oltre il tempo. Gli attimi decisivi, ove l’essere umano va incontro alle situazioni-limite che circoscrivono la sua de-finita esistenza, così come gli attimi trascorsi di fronte all’enigmatico spettacolo della bellezza contingente, coincidono con la comprensione immediata dell’armonia universale. L’attimo si dispiega come istante eterno. La creatura con i suoi timori s’intuisce radicata nel Creatore, ed è perciò originariamente redenta.

Eppure, la bellezza non è solo una forza positiva: essa in un senso salva, nell’altro uccide. Uccide per salvare, in una dialettica inesauribile. L’individuo, elevato attraverso l’intuizione estetica all’Universale, muore per rinascere. L’estetica del bello è estasi del religioso. È la bellezza della tragedia che salva gli uomini sacrificando l’eroe sulla scena. È la bellezza che ne I demoni porta Kirillov al suicidio: «Se il tempo si arresta e l’eternità tutta intera si raccoglie nell’istante, quell’istante, fosse pure quello della morte, toglie di mezzo il morire e instaura il senso pieno». Che l’istante eterno racchiuda in sé la possibilità della vita e quella della morte è l’enigma che Dostoevskij ci lascia.