Legge elettorale, una riflessione

50
Elezioni: quale legge elettorale?
Elezioni: quale legge elettorale?

La peggiore possibile, ma difficile da cambiare. Per Enrico Letta questa è l’attuale legge elettorale. Per Giorgia Meloni, guai a chi la tocca. E si capisce, le conviene essere leader di una coalizione che potrebbe vincere e quindi essere premier. Ma sul fatto che l’attuale sistema sia una soluzione sgangherata ci sono pochi dubbi. Con il sistema proporzionale, in vigore fino alle elezioni del ’94, l’Italia si è risollevata dal più brutto periodo della sua storia; è diventata una delle maggiori potenze mondiali; ha vinto la battaglia contro il terrorismo ed è stata protagonista del percorso di costruzione dell’Europa e attore importante nel Mediterraneo. Obiettivi resi possibili soprattutto dalle qualità delle forze politiche e sindacali protagoniste di quel periodo: decenni sì di contrapposizione ma anche di lungimiranza per assicurare progressi sociali, diritti, sviluppo. È vero che a cominciare dall’assassinio di Moro e della sua scorta e con le innovazioni degli anni Ottanta sarebbe servito un cambiamento del sistema elettorale e dell’ordinamento istituzionale, ma si sbaglierebbe a pensare che la volontà di conservazione sia legata all’immobilismo delle principali forze politiche. Il Pci, solo per fare un esempio, era per il monocameralismo già dalla fine degli anni Settanta. Credo invece che il Paese si sia bloccato nei tentativi di riforma per due motivi sostanziali: l’inizio dell’indebolimento delle storiche forze politiche, che ha dato origine al conservatorismo della nomenclatura statale e dei poteri esterni alla politica dei partiti, e il fatto che i tentativi più audaci siano stati legati ad ambizioni personali di leader sia negli anni Ottanta che all’inizio di questo secolo. Ora, ha ragione Letta, è complicato uscire dall’irrazionalità in cui ci siamo cacciati con gli ultimi interventi sia elettorali che istituzionali. Come è evidente, non ne abbiamo guadagnato né in stabilità né in qualità. Ma probabilmente il sistema proporzionale (certo con sbarramento almeno al 5 per cento) e con scelta più trasparente di candidate e candidati stimolerebbe le forze politiche a identità e programmi più chiari. Forse sarebbe anche un chiaro antidoto all’astensione, malattia tipica di una democrazia anemica.