Il Dio-artista di Nietzsche

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Friedrich Wilhelm Nietzsche
Friedrich Wilhelm Nietzsche

Se l’arte è come un velo, e il velo è senz’altro un allontanamento dalla realtà, esso è necessario e salvifico per sopportare lo sfondo nullificante su cui si erge precaria la condizione umana. Il concetto di arte in Nietzsche, quindi in netta contrapposizione con il platonismo, acquista valore come momento antitetico alla verità: l’arte come velamento della verità de-forma l’abisso rendendolo plastico. Nella trasposizione artistica avviene una liberazione, non c’è perdita, ma possibilità della vita stessa. Ne La nascita della tragedia la platonica allegoria della caverna è rovesciata: «Al di fuori dell’apparenza non c’è vita. Quanto più lontano ci si mantiene da ciò che veramente è, tanto più è bella, pura, buona la vita nell’apparenza come scopo, l’unica possibile redenzione avviene attraverso l’apparenza». La vita riesce a gioire di sé solo se si allontana da “ciò che è”. Promana così dalla sensibilità della grecità la creazione artistica degli dèi, attraverso le cui voci si giustifica e si celebra la vita nella sua interezza. Ma affinché questo avvenga è necessario permanere nell’illusione «giacché è solo come fenomeni estetici che l’esistenza e il mondo sono giustificati in eterno». Una giustificazione diversa dalla giustificazione estetica è annichilente. È pur vero che noi esseri umani non siamo consapevoli del nostro status di opera d’arte, non abbiamo più consapevolezza di quella che «dei guerrieri dipinti sulla tela avrebbero della battaglia che vi è rappresentata». Non a tutti è data consapevolezza dell’essenza artistica del nostro vivere. L’artista in questo è privilegiato, poiché con la propria azione ricalca l’originario atto poietico con cui le forme mondane sono state create: «Solo nella misura in cui il genio, nell’atto della creazione artistica, si fonde con quell’artista originario del mondo, sa qualcosa dell’essenza eterna dell’arte». In questo senso, se c’è un Dio, è un «dio-artista».