Dove si vince la guerra

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Conflitto Ucraina Russia

Proseguono sempre più violenti gli scontri nel Donbass, mentre la Russia mette in atto la prima vera e propria ritorsione alle sanzioni: stop al gas per Polonia e Bulgaria.

Intervistato a proposito della guerra in Ucraina, il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ha risposto che “Tutto finirà con un trattato, ma i parametri di tale trattato saranno determinati dalla fase delle ostilità in cui esso diventerà realtà.” Tradotto, significa che la guerra si vince sul campo, e che il tavolo dei negoziati serve solo a ratificare quanto militarmente acquisito. Finché la Russia sarà convinta di poter ottenere ciò che vuole con la forza bruta, continuerà gli attacchi; da questo punto di vista, sostenere la resistenza ucraina rappresenta, agli occhi di molti analisti, lo strumento migliore per poter tornare a trattare (o meglio, cominciare vere trattative, quelle viste finora sono state utilizzate da Mosca principalmente come strategia per prendere tempo).

In queste settimane di guerra, molti leader sia di singoli paesi che di organismi sovranazionali hanno parlato con i vertici russi e spesso direttamente con Vladimir Putin; l’ultimo è stato António Guterres, Segretario Generale dell’Onu, nei giorni scorsi. Tutti hanno ascoltato lo stesso discorso. Lo scopo del Cremlino è quello di prendersi definitivamente la Crimea e le repubbliche autoproclamate di Donetsk e Luhansk, ma anche di annettersi la restante parte del Donbass, che, come abbiamo evidenziato in questo articolo (Follow the money), è considerata la regione più ricca di risorse naturali dell’Ucraina. Negli ultimi giorni è emerso un altro obiettivo strategico: la Transnistria, territorio moldavo dove sono presenti milizie filorusse e dove negli ultimi giorni si sono verificati attacchi la cui matrice e il cui scopo non è ancora ben definito. Secondo alcuni osservatori, potrebbero costituire una sorta di casus belli per giustificare l’inizio di operazioni militari da parte russa anche in Moldavia, che, ricordiamo, si trova incuneata tra l’Ucraina e la Romania: a un passo quindi dall’Unione europea.

Anche le strategie dell’Occidente stanno mostrando un’evoluzione. Il 25 aprile, il segretario di Stato degli Stati Uniti Antony Blinken, accompagnato da quello alla Difesa Lloyd Austin, hanno incontrato il presidente Zelensky a Kiev, concordando un ulteriore aiuto militare del valore di 700 milioni di dollari. “Gli ucraini hanno bisogno di capacità di fuoco a lungo raggio, di carri armati. E noi facciamo tutto quello che possiamo per fornire loro il tipo di sostegno, il tipo di artiglieria e munizioni che siano efficaci in questa fase della guerra”, hanno dichiarato i due funzionari statunitensi nella conferenza stampa che ha seguito la visita. “Le necessità dell’Ucraina cambiano mano a mano che la natura dei combattimenti evolve, anche perché il baricentro della guerra si è spostato nell’est. […] Stiamo anche coinvolgendo le controparti di altri Paesi”, hanno aggiunto.

Non si è trattato di uno di quegli annunci fatti tanto per mostrare la volontà di agire, ma che poi cadono nel vuoto. Infatti, il giorno seguente, il 26 aprile, nella base militare Usa in territorio tedesco Ramstein, si è tenuto un incontro tra i rappresentanti di un ampio gruppo di nazioni. Oltre ai delegati di Stati Uniti e Germania, erano presenti quelli di Gran Bretagna, Francia, Italia, Spagna, Grecia, Olanda, Belgio, Polonia, Romania, Ungheria, Slovacchia, Albania, Bulgaria, Croazia, Macedonia del Nord, Lussemburgo, Islanda, Finlandia (la quale, insieme alla Svezia, è a un passo dall’ottenere la protezione della Nato), Estonia, Lettonia, Lituania, Danimarca, Norvegia, Israele, Turchia, Canada, Australia, Kenya, Qatar. L’obiettivo è quello di dare un’accelerazione nel sostegno politico e militare a Kiev, nella consapevolezza che la sfida con la Russia è probabilmente destinata a durare a lungo, anche oltre il presente conflitto. Lo scopo concreto sarebbe quello di intaccare le capacità militari del Cremlino per evitare che possa rappresentare una minaccia per i paesi confinanti e non (abbiamo visto come le operazioni militari russe si siano spinte negli anni anche piuttosto lontano dai propri confini, ad esempio in Siria). La Germania ha tolto il veto all’invio di armamenti pesanti e trasferirà alle forze ucraine panzer antiaereo, e decisioni simili sono attese da parte dei governi degli altri paesi.

Sul fronte delle forniture energetiche, dopo alcune settimane di stallo che hanno visto le nazioni europee cercare fonti di approvvigionamento alternative e la Russia chiudere ma non più di tanto i rubinetti, c’è stata una novità importante: cogliendo come pretesto il fatto che il gas non sarebbe stato pagato in rubli, Mosca ha deciso di interrompere i flussi verso Polonia e Bulgaria. Le situazioni dei due paesi sono molto diverse, in quanto Varsavia ormai dipende molto poco dal gas russo, avendo intrapreso ben prima della guerra un percorso di autonomia energetica (accompagnato da numerose polemiche perché fortemente basato sull’utilizzo del carbone), mentre la Bulgaria è molto più esposta, dipendendo ancora largamente dal gas russo e avendo, secondo alcune stime, poche quantità nei depositi di riserva.

Le ostilità si inaspriscono dunque anche a livello economico e legale, con le parti che si accusano a vicenda di violazioni contrattuali (la Russia perché il gas non è stato pagato in rubli, Polonia e Bulgaria perché tale imposizione non era prevista nei patti sottoscritti e dunque non può essere considerata un motivo legittimo di interruzione). A breve potrebbe succedere lo stesso anche agli altri paesi europei, Italia compresa; sarebbe dunque auspicabile, così come è avvenuto sul piano militare con l’incontro di Ramstein, che venga messa in piedi una sorta di “coalizione energetica” per far fronte al blocco delle forniture che molti analisti ritengono ormai solo una questione di tempo.