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Nuova offensiva nel Donbass
Nuova offensiva nel Donbass

Un’evoluzione del conflitto favorevole a Kiev ha portato a un ridimensionamento delle mire russe, che adesso potrebbero essere motivate principalmente da ragioni economiche.

Un territorio di centrale importanza per comprendere meglio uno dei motivi alla base del conflitto è il Donbass. Ufficialmente, gli interventi russi nella zona sono stati giustificati con la necessità di tutelare la popolazione russofona dalle presunte vessazioni da parte del governo ucraino, che Mosca non ha mai riconosciuto come legittimo. Ma le ragioni sono esclusivamente di questo tipo, o potrebbero avere un peso anche mire economiche ben precise? La regione del Donbass è infatti ricchissima di risorse naturali e fino al 2014 rappresentava il 14,5% del Pil e il 25% delle esportazioni del paese.

Se per il territorio dobbiamo guardare al Donbass, per l’anno dobbiamo guardare proprio al 2014, quando l’allora presidente filorusso Viktor Yanukovich decise di sospendere l’accordo di libero scambio tra Ucraina e Unione europea, scatenando le grandi manifestazioni filoeuropee passate alla cronaca come la rivoluzione di Euromaidan. Yanukovich fu oggetto di impeachment e al suo posto si instaurò il governo ad interim di Oleksandr Turcinov, non riconosciuto da Mosca, che portò il paese alle elezioni vinte da Petro Poroshenko, un premier filoeuropeo. Alle elezioni successive, nel 2019, vinse l’ex attore e attuale presidente, Volodymyr Zelensky, anche lui di posizioni vicine all’Europa.

Alle manifestazioni di Euromaidan, Putin rispose con l’annessione della Crimea (che era stata donata all’ucraina dal leader dell’allora Unione Sovietiva Nikita Krusciov nel 1954) e foraggiando i separatisti filorussi nel Donbass, che acquisirono i territori di Donetsk e Lugansk. Nel 2015, Mosca e Kiev sottoscrissero gli accordi di Minsk per un cessate il fuoco; tali negoziazioni prevedevano anche le elezioni nelle regioni separatiste e il ritiro delle forze filorusse, ma non furono mai del tutto applicate.

In un discorso al paese del 21 febbraio scorso, tre giorni prima dell’inizio dell’invasione, Putin ha riconosciuto le due repubbliche autoproclamate, facendo anche un accenno a un “diritto storico” che la Russia avrebbe sull’Ucraina. Secondo questa visione, le due entità sarebbero una nazione unica, nate entrambe da alcune tribù che nel IX secolo fondarono la cosiddetta “Rus di Kiev”, una monarchia che successivamente si espanse verso est, dando origine all’attuale Russia.

Tuttavia, oltre a queste storico/tradizionali potrebbero esserci delle ragioni molto più concrete che spingono Putin a volersi impadronire del Donbass. Nell’area è infatti presente oltre il 90% del carbone di tutta l’Ucraina, nonché la maggior parte delle riserve di gas e altre materie prime come ferro, uranio, titanio, manganese e mercurio. Le aziende che controllano queste risorse, come accade in Russia, sono in mano a un ristretto gruppo di oligarchi ucraini e concorrono a formare la gran parte del Pil del paese.

I rapporti tra la cerchia di affaristi miliardari e il presidente Zelensky non sono mai stati facili, anzi. L’approvazione di una legge “anti-oligarchi” che impone la massima trasparenza, istituisce un registro apposito dove iscriversi, vieta il finanziamento ai partiti e limita la partecipazione agli appalti pubblici e le privatizzazioni, ha provocato una durissima reazione. Uno dei consiglieri di Zelensky è stato addirittura oggetto di un attentato, e il leader ucraino ha denunciato un presunto tentativo di colpo di Stato, addossandone la colpa agli oligarchi.

L’aggressione russa ha mutato completamente questi rapporti. Uno dei magnati più ricchi del paese e principale avversario di Zelensky, Rinat Akhmetov, si è schierato senza alcuna esitazione con la causa del proprio paese. Patriottismo? Forse, ma bisogna considerare che Akhmetov è il proprietario della squadra di calcio Shakthar Donetsk, è a capo della più importante azienda mineraria del paese con sede a Mariupol e prima del 2014 vantava un patrimonio di 18 miliardi di dollari. Dopo l’invasione russa, ha perso gran parte delle sue sostanze, fermandosi a soli (si fa per dire) 4 miliardi. Come Akhmetov, altri oligarchi hanno preso posizione a fianco della resistenza ucraina, fornendo materiale militare, aiuti umanitari e di primo soccorso.

Dal punto di vista economico, la posta nel Donbass è altissima, e molti analisti ritengono che sia questa la vera motivazione che spinge Putin a concentrare le sue forze nella regione. Così come sembra una difesa dei propri interessi finanziari la mobilitazione degli oligarchi che fino a pochi mesi fa osteggiavano apertamente il governo di Zelensky. È molto complicato prevedere come evolverà la situazione. Con la ritirata dei giorni scorsi, il Cremlino ha accantonato il piano originale di conquista territoriale nel nord e nell’ovest; invece, nel Donbass, il conflitto va avanti dal 2014 (con un bilancio di 14mila vittime), ed è assai difficile che la Russia rinunci al controllo della regione, principalmente per le motivazioni economiche di cui abbiamo parlato. In tutto questo, a farne le spese sono i civili che stanno abbandonando in massa la zona, col rischio di finire vittima di insensate e inutili stragi come quella del 9 aprile a Kramatorsk: un missile ha colpito la stazione ferroviaria, provocando 50 morti, tra cui 10 bambini.