La guerra si sta spostando

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Carri armati
Carri armati

L’esercito russo si prepara ad attaccare a sud, mentre l’Europa non può ancora compiere la mossa che metterebbe davvero in difficoltà Mosca: fermare le forniture energetiche.

Una settimana, dieci giorni: questo il tempo che occorrerebbe all’esercito russo per riposizionarsi dopo l’abbandono delle aree intorno a Kiev. Fallito il piano iniziale, una manovra a tenaglia che partendo da nord, da est e da sud aveva come obiettivo principale la conquista della capitale, sembra che Mosca abbia ridimensionato i propri obiettivi, concentrandosi sulla fascia costiera che si affaccia sul Mar Nero.

Gli analisti sono concordi sul fatto che stavolta sarà un’azione militare molto diversa da quella iniziata nelle prime ore del 24 febbraio scorso. I soldati russi ora sanno che non verranno accolti come liberatori, sanno che gli ucraini dispongono di armi e strumentazioni fornite dall’Occidente, sanno che il Cremlino difficilmente tollererà un altro passo falso.

Negli ultimi giorni, gli appelli del presidente Volodymyr Zelensky si sono fatti più pressanti. Le sanzioni ancora non bastano, come non vengono ritenute sufficienti le forniture militari. Dello stesso tenore la richiesta del ministro degli Esteri Dmytro Kuleba: “Aiutateci ora o sarà troppo tardi”. Altre città rischiano di fare la fine di Mariupol, stremata da un assedio che dura da settimane; i russi hanno imparato la lezione e probabilmente non vedremo più le strazianti scene di Bucha e Borodjanka, ma soltanto perché ogni traccia potrebbe essere attentamente cancellata.

Circola la notizia, che però deve essere ancora verificata, della presenza sul suolo ucraino dei cosiddetti “forni crematori mobili”: ossia camion che avrebbero installati a bordo dei veri e propri forni crematori che in una prima fase sarebbero stati utilizzati per i corpi dei soldati russi (nascondendo così il reale conteggio delle perdite), ma che successivamente sarebbero stati usati anche per i civili ucraini, allo scopo di nascondere i crimini di guerra.

L’Europa sta preparando nuove sanzioni, ma, per quanto dure, rischiano di non mettere davvero in difficoltà Mosca. Il punto è sempre lo stesso: dipendiamo troppo dal gas russo. Paesi come Germania e Italia importano dai giacimenti negli Urali e in Siberia circa il 40% del proprio fabbisogno e uno stop improvviso porterebbe a una crisi energetica in brevissimo tempo, appena qualche settimana. Senza dimenticare che questo weekend (con eventuale ballottaggio quattordici giorni dopo) si vota per le presidenziali in Francia. Emmanuel Macron è ancora in testa, ma in calo; la sua principale avversaria, Marine Le Pen, è invece in ascesa. La partita che si gioca in Francia è molto delicata per il futuro dell’Unione europea, anche perché, non dimentichiamolo, la Francia è la patria delle proteste dei “Gilet gialli”, protagonisti di violente contestazioni nate proprio dall’aumento dei prezzi del carburante.

La cautela nel chiudere il rubinetto delle importazioni è dunque dettato, oltre che da ragioni produttive (le grandi aziende ‘energivore’ si fermerebbero nel giro di qualche giorno), anche da motivi di opinione pubblica e di stabilità interna. In una recente intervista, il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha affermato che ci vorranno due o tre anni per un affrancamento rilevante dalla dipendenza dal gas russo.

In un panorama europeo nel quale i paesi più grandi spiccano per impreparazione e mancanza di lungimiranza, c’è una piccola nazione (piccola solo per dimensioni, non certo per visione politica e strategica) dalla quale dovremmo prendere esempio: la Lituania. Anche Vilnius fino a pochi anni fa dipendeva in larga parte dalle importazioni russe per il fabbisogno di energia; oggi, grazie alla realizzazione nel 2014 di un impianto per il gas liquefatto e a un accordo con la Norvegia, tali importazioni sono pari a zero. In aggiunta, la quota di elettricità prodotta dalle rinnovabili ha fatto un balzo dal 9 al 78% (da noi, negli ultimi dieci anni, la stessa quota è passata dal 26 al 42%) ed è stata realizzata di fatto una situazione di “indipendenza energetica”. La presidente di allora Dalia Grybauskaite, aveva affermato che si trattava di un progetto geopolitico strategico data la “minaccia esistenziale” che le forniture russe rappresentavano per il paese, e che l’impianto per il gas liquefatto avrebbe fatto sì che nessuno “comprasse la [loro] volontà politica” attraverso la dipendenza dal gas. Le dimensioni dell’economia lituana non sono ovviamente paragonabili con quelle dei maggiori paesi europei, ma le scelte del paese baltico dimostrano che ci saremmo potuti preparare meglio.

Il 2014, oltre a essere l’anno di costruzione dell’impianto di rigassificazione lituano, è l’anno nel quale la Russia ha invaso e successivamente annesso la Crimea, ed è in questa data che ragionevolmente si possono porre le basi di quanto stiamo vedendo oggi. Se da un lato è sempre molto difficile predire lo scoppio di una guerra, dall’altro ci si potrebbe chiedere se molti paesi europei non abbiano fatto un eccessivo affidamento sulle rassicurazioni di Mosca rispetto alle mire sul resto del territorio ucraino.

Finora abbiamo dimostrato un’eccezionale solidarietà all’Ucraina con l’invio di aiuti umanitari e di equipaggiamento bellico, e con l’accoglienza dei profughi che scappano dalle bombe. Ma se ci trovassimo davanti all’ipotesi concreta di sacrificare, almeno finché non troveremo soluzioni alternative, importanti pezzi della nostra economia e molti dei confort ai quali siamo abituati, per cosa opteremmo? Qualche giorno fa, in conferenza stampa, il premier Mario Draghi ha chiesto provocatoriamente: “Volete la pace o il condizionatore?” Il timore è quello di scoprire che la scelta ricadrebbe sul secondo.