Gli orrori della guerra, Putin e un mondo che non sarà più lo stesso

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Gli orrori di Bucha
Gli orrori di Bucha

Alcuni analisti ritengono che la guerra in Ucraina rappresenti uno spartiacque che cambierà profondamente i rapporti internazionali, sia politici che economici.

Riprendiamo alcuni passaggi dell’intervista rilasciata dal politologo bulgaro Ivan Krastev, esperto di politica di Europa orientale, al settimanale tedesco Der Spiegel e riportata da Il Foglio. Nei giorni in cui le immagini provenienti da Bucha stanno provocando un profondo shock, la domanda che ci poniamo tutti è come sia possibile spiegare questo orrore. Civili giustiziati davanti alle abitazioni, fosse comuni con decine di cadaveri, corpi disseminati per le strade: l’elenco delle atrocità è lunghissimo. E c’è chi assicura che man mano che le forze ucraine riprenderanno il controllo dei territori abbandonati dai russi, vedremo di peggio. Per tentare di capire le cause di tutto questo, non resta che volgere lo sguardo verso il Cremlino e il suo inquilino più importante: Vladimir Putin.

“Se sei stato al potere per vent’anni in uno stato autoritario – spiega Krastev – nessuno osa più contraddirti. Hai creato un sistema, tu sei diventato il sistema, e non riesci a immaginare un paese che non rifletta questa realtà. Non riesci nemmeno a immaginare un successore adeguato. Dunque, pensi di dover risolvere tutti i problemi da solo finché sei vivo.” Uno di questi problemi sarebbe l’ipocrisia occidentale, che rappresenterebbe per Putin una vera e propria ossessione. Così come sarebbe ossessionato dal tradimento: secondo Krastev, ormai Putin avrebbe di se stesso una visione “messianica” che lo porterebbe a schiacciare con brutalità non solo qualsiasi forma di opposizione, ma anche di semplice difformità rispetto alla linea politica e ideologica tracciata da lui stesso.

Ostaggio della propria propaganda e prigioniero di un folle gioco delle parti, avrebbe attaccato l’Ucraina perché essa avrebbe commesso il peggior delitto che si possa immaginare: il tradimento, appunto. E l’avrebbe compiuto lasciando che salissero al governo forze “filo-naziste” libere di opprimere la popolazione, e in particolare quella russofona. Solo che il mito sovietico della resistenza al nazismo non è rappresentato dalla Russia e da Putin, ma al contrario dall’Ucraina e da Zelensky, il quale ha oltretutto origini ebraiche. Secondo Krastev, però, non avrebbe molto senso cercare una spiegazione logica: “Invecchiando, Putin sembra essersi radicalizzato e l’isolamento indotto dal Covid non lo ha aiutato. Lui crede di compiere una missione, e non gli interessa più limitare i rischi. Putin fa parte dell’ultima generazione sovietica. Il suo compito da agente del Kgb era quello di difendere l’Urss. Ma lui e i suoi agenti non sono stati in grado di farcela.”

Una progressiva perdita di contatto con la realtà e un isolamento sempre più profondo spingerebbero dunque Putin a vivere in una sorta di mondo parallelo, nel quale non è in corso alcuna guerra, ma – come appunto afferma – un’operazione militare speciale per liberare gli ucraini, un popolo fratello, dalle macchinazioni delle democrazie occidentali, le quali sarebbero l’esatto contrario di quanto pretendono di essere. Nel mondo reale, Putin sta invece annientando qualsiasi possibilità di vicinanza tra Ucraina e Russia, e secondo Krastev sta distruggendo anche l’identità russa che cita spesso nei suoi discorsi e che si sente in dovere di proteggere in quanto “padre della nazione”.

Negli ultimi vent’anni, questo “stile politico” ha messo radici profonde non solo in Russia, ma anche in altri paesi. Leader nazionalisti e conservatori, intolleranti verso le minoranze e il dissenso, si presentano come l’incarnazione stessa della nazione che guidano. E come insegna la storia (ma diceva Hegel: “Tutto ciò che l’uomo ha imparato dalla storia, è che dalla storia l’uomo non ha imparato niente”), più a lungo tali autocrati restano al potere, più è probabile che siano sopraffatti dalla paranoia o dalla megalomania.

Rispondendo a una domanda sulle conseguenze della guerra, il politologo bulgaro afferma che questa crisi cambierà l’Occidente non meno di quanto cambierà la Russia. “Le persone muoiono, e questo prima o poi succederà anche a Putin. Ma i cambiamenti saranno così profondi che il regime dovrà cambiare per sopravvivere, e lo stesso succederà in Europa. La nostra economia cambierà, così come non sarà più la stessa la nostra visione della libertà e della democrazia. I media sono già cambiati per combattere la disinformazione proveniente dalla Russia. Questo avrà delle conseguenze.” E ancora: “Il mondo della globalizzazione e del libero commercio, in cui l’economia si interessava solamente ai bilanci e non alla politica, sarà presto finito.”

Impossibile sapere cosa succederà in Russia dopo Putin. Tuttavia, Krastev ammonisce: “Non dovremmo compiere gli stessi errori del 1989. All’epoca pensavamo che l’est sarebbe cambiato drammaticamente, ma l’occidente sarebbe rimasto lo stesso. La Russia cambierà drammaticamente. Ma lo stesso vale per noi”. L’Europa ha la possibilità di porre le fondamenta per un nuovo corso, alla base del quale sarebbe auspicabile collocare la non negoziabilità dei valori della democrazia. Il primo passo sarebbe chiudere immediatamente con le forniture energetiche russe: condannare l’invasione ma continuare di fatto a finanziarla rappresenta un’insopportabile ipocrisia. In fondo Putin ha ritenuto di poter iniziare questa guerra contando anche sulla nostra dipendenza dal gas e dal petrolio russi, e sarebbe il momento di dimostrargli che non abbiamo dimenticato l’importanza di valori quali la libertà, la giustizia e il diritto all’autodeterminazione dei popoli, conquistati pagando un altissimo prezzo di sangue contro le dittature nazi-fasciste.