Sanzioni: efficaci o no?

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Kaliningrad
Kaliningrad

L’istituzione di paradisi fiscali interni alla Federazione russa e altre misure volute da Putin rischiano di annacquare le sanzioni agli oligarchi.

Le sanzioni dell’Occidente imposte alla Russia stanno mettendo in ginocchio l’economia del paese: la Borsa è chiusa da giorni, il rublo si è pesantemente svalutato, è stata imposta una gravosa commissione sull’acquisto di valuta straniera, è stato impedita l’esportazione di capitali all’estero, il rating è stato declassato dalle maggiori agenzie al livello di “spazzatura”. Il default, per molti analisti, sarebbe dietro l’angolo: già nei prossimi giorni lo Stato russo potrebbe non essere in grado di ripagare i suoi creditori.

Le sanzioni hanno colpito anche gli oligarchi, il ristrettissimo gruppo di magnati che detiene le attività più redditizie del paese e che sostiene da sempre Putin. Proprio per proteggere i loro affari, il leader russo ha istituito nel 2018 due Regioni amministrative speciali, localizzate su due piccole isole facenti parte della Federazione: l’isola di Oktyabrsky nell’Oblast di Kaliningrad, enclave russa incuneata tra Lituania e Polonia, e l’isola di Russkij, nell’arcipelago dell’Imperatrice Eugenia, nel Mare del Giappone. Questi due territori sono nati con lo scopo sia di offrire uno scudo alle sanzioni comminate dagli Stati Uniti quello stesso anno, sia di riportare più vicino alla Russia le società e i capitali detenuti in altri paesi.

Le entità che vengono spostate nelle due Regioni amministrative speciali acquisiscono lo status di International Holding Companies (Iht) e godono di un regime fiscale estremamente vantaggioso: come mostra questo articolo de Il Sole 24 Ore, i profitti sia delle holding che delle controllate estere non sono sottoposti a tassazione e non si pagano imposte sui dividendi. La mossa di Putin ha avuto successo, dato che sono già una sessantina le aziende che hanno lasciato i paradisi fiscali occidentali per spostarsi a Kaliningrad e Russkij.

Tra queste vi è En+ Group (gigante nel settore dei metalli e dell’energia elettrica, 10 miliardi di dollari fatturato nel 2020 e 1 miliardo di utili), Rusal (maggiore produttore mondiale di alluminio, 8,5 miliardi di dollari di fatturato nel 2020), alcune società controllate da Gazpromobank (terza banca russa, esclusa finora dalle sanzioni), la Sodrugestvo Group (la più grande società agroindustriale russa con 3 miliardi di dollari di fatturato), l’Uralchem di Dmitry Arkadievich Mazepin, sponsor tramite la Uralkali della scuderia Haas di Formula Uno e padre del pilota Nikita Dmitrievich Mazepin, recentemente escluso dalle corse. Nell’altro paradiso si è trasferito Andrey Malnichenko, principale azionista del colosso dei fertilizzanti EuroChem e al quale la Guardia di Finanza ha sequestrato il più grande yacht a vela del mondo dal valore di oltre 500 milioni di euro. La lista continua ancora per molto, con fatturati e profitti da capogiro.

Putin sta mettendo in campo altri due strumenti per contrastare gli effetti delle sanzioni. Il primo consiste nel fatto che nelle due aree offshore sarà possibile aprire anche fondi personali e fiduciari attraverso cui si potranno gestire immobili e azionariato esteri, misura per invogliare gli oligarchi a trasferire non solo le società ma anche i patrimoni personali. La seconda arma è un condono fiscale molto ampio che riguarda proprietà immobiliari, veicoli, titoli e attività finanziarie detenuti all’estero. Coloro che ne faranno richiesta non saranno perseguibili penalmente per evasione fiscale o doganale. La novità di questo condono (il quarto nel giro di pochi anni) è che sarà possibile far rientrare anche i contanti, con i relativi rischi (potenzialmente molto alti) di riciclaggio.

A quanto ammontano i capitali che Putin sta cercando di far rientrare? È molto difficile stabilirlo, ma molti analisti concordano su alcune stime che parlano di cifre intorno agli 800-1.000 miliardi di dollari. Sin dagli anni immediatamente successivi alla dissoluzione dell’Urss, un enorme flusso di denaro si è diretto verso i paradisi fiscali occidentali, un vero e proprio fiume carsico del quale è arduo ricostruire la provenienza e soprattutto la destinazione e l’utilizzo. Secondo uno studio dell’economista Gabriel Zucman del 2015, la ricchezza nascosta all’estero dagli oligarchi equivaleva all’85% del Pil della Russia. Una sproporzione tale che la gestione del potere politico ed economico nella ex Unione Sovietica è stata definita ‘cleptocrazia’, ossia “spoliazione sistematica di risorse ai danni della popolazione amministrata”.

Ricostruire questi spostamenti di denaro è complicato, ma non impossibile. A dimostrarlo è un caso di divorzio: la sentenza dell’Alta corte di giustizia di Londra ha condannato nel 2021 l’oligarca Farkhad Akhmedov a versare alla ex moglie qualcosa come 510 milioni di euro, e questo grazie all’accurata ricostruzione delle strategie utilizzate dal magnate per celare alla ex consorte il reale patrimonio posseduto.

Nell’attuale momento di grave instabilità, diventa quindi prioritario ogni sforzo per individuare i capitali nascosti, centinaia di miliardi di dollari che potrebbero essere utilizzati come ‘fondi neri’ per aggirare le sanzioni, influenzare l’opinione pubblica con operazioni di propaganda, foraggiare figure compiacenti per condizionare le decisioni politiche ed economiche dei governi e degli organismi internazionali.