Due anni di pandemia

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Codogno
Codogno

Il 21 febbraio 2020 venne scoperto, a Codogno, il primo caso italiano di Covid-19.

Da allora, il comune in provincia di Lodi è diventato famoso a livello mondiale. Contemporaneamente a quello di Codogno, venne individuato anche il focolaio di Vo’ Euganeo e ci fu la prima vittima. Altri cluster sarebbero venuti rapidamente alla luce, facendo dell’Italia il primo paese europeo a subire l’impatto del Covid. In questi 24 mesi ci sono stati quasi 12,5 milioni di casi (più di un italiano su cinque è risultato positivo), 153.000 deceduti e sono stati somministrati oltre 133 milioni di dosi di vaccino.

Nel 2020 sono state registrate 74.000 vittime, ma il dato è probabilmente sottostimato a causa dei pochi tamponi effettuati e della mancanza di preparazione da parte delle strutture sanitarie, che non si aspettavano un flusso così massiccio di pazienti. L’Istat riporta infatti, rispetto alla media 2015-2019, un numero di decessi in eccesso pari a 100.000; la differenza di 26.000 è da attribuire verosimilmente al Covid.

Nel 2021 le vittime ufficiali sono state 63.000, in linea con l’aumento della mortalità registrato da Istat (59.000), e anche in questo primo mese e mezzo del 2022, i dati del SiSMG, il Sistema nazionale di sorveglianza della mortalità giornaliera, corrispondono alle stime ufficiali. Se il numero dei decessi è calato sia nel 2021 che nel 2022, il merito è senza dubbio dei vaccini. La protezione contro le forme gravi della malattia è confermata anche dai dati dell’Istituto Superiore di Sanità, secondo i quali i non vaccinati hanno una probabilità di decesso 23,4 volte maggiore rispetto a chi ha fatto le tre dosi.

La campagna vaccinale ha limitato sensibilmente anche le ospedalizzazioni e le terapie intensive. Nel 2020 il picco è stato di 4.068 ricoverati gravi, oggi i posti occupati sono 930 e il massimale della quarta ondata è stato di 1.717 ricoverati, meno della metà delle ondate precedenti. Anche sotto questo aspetto si conferma l’efficacia dei vaccini: il 55,6% delle terapie intensive è attualmente occupato da persone non vaccinate, che rappresentano però solo il 9,6% della popolazione italiana con più di dodici anni.

La variante Omicron risulta avere delle conseguenze meno gravi rispetto alle varianti che l’hanno preceduta (c’è chi, incautamente, la paragona a un’influenza), e alcuni paesi, come il Regno Unito, hanno deciso di annullare le restrizioni. In Italia da una decina di giorni non è più obbligatoria la mascherina all’aperto e nelle prossime settimane verranno meno altre limitazioni. Problema finito? Presto per dirlo. Si parla di una quarta dose in autunno, e successivamente di un vaccino annuale come quello contro l’influenza. Inoltre, in alcune specie di pipistrelli sono stati isolati dei coronavirus simili al patogeno che ha scatenato la pandemia. O cambieremo in nostro rapporto con l’ambiente, o le probabilità di una nuova zoonosi, ossia il salto di specie di questi virus dall’animale all’uomo, saranno sempre più alte.

Dovremo fare i conti con le conseguenze del Covid anche dal punto di vista psicologico (il governo ha finalmente sbloccato il ‘bonus psicologo’). Due anni di lockdown e restrizioni hanno colpito in particolare i bambini. Tra paure, ansia e regressioni, alcuni tra i più piccoli non si ricordano neppure com’era la vita prima della pandemia. Questo articolo de Il Fatto Quotidiano raccoglie molte testimonianze. Federico, sette anni, alla domanda “se chiudi gli occhi, cosa vedi?”, risponde così: “Se chiudo gli occhi non riesco a immaginare persone senza la mascherina, se provo a toglierla sotto ne hanno altre”. E ancora, il rapporto del tutto alterato con i familiari più a rischio come i nonni, come racconta una mamma: “Mi sono ritrovata a fare videochiamate lunghissime con i nonni lontani, il telefono era l’unico modo per stare vicini ai nostri affetti”.

Un’altra mamma racconta gli effetti di due anni di pandemia sui suoi due figli. “Dopo il primo lockdown ho visto in loro delle regressioni. Terribili. Ho notato anche regressioni nel comportamento e nel linguaggio, come se entrambi fossero tornati piccolissimi”. E quando hanno potuto finalmente tornare fuori: “All’inizio non si avvicinavano a nessuno dei loro coetanei. Due bambini, in un parco, che hanno paura di altri bambini. Mi ha fatto un’impressione vederli così irrigiditi, spaventati”. Alessandra Bortolotti, psicologa perinatale, sottolinea: “Più piccoli sono i bambini e più quella vissuta negli ultimi due anni è la loro normalità. Il pericolo è che poi, quando ne usciremo, considerino questa normalità anche in futuro”.

Di certo, davanti a una generazione di bambini abituati a stare lontani, a non toccarsi, a vedere i volti coperti dalle mascherine, a effettuare tamponi, il ‘bonus psicologo’ dovrebbe essere considerato solamente il primo di una serie di interventi più importanti e sistematici, per far sì che a sostenere il peso della situazione non siano, come spesso accade, solo le famiglie.