Dostoevskij e le Memorie del sottosuolo

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Fedor Dostoevskij
Fedor Dostoevskij

Le memorie del sottosuolo non gli piacevano: gli sembrava non fossero maturate abbastanza. Poi, via via che il racconto gli cresceva tra le mani si persuase che non doveva arrestarsi. “Personalmente ripongo in esso grandi speranze” disse una settimana prima della morte della moglie. “Sarà una cosa forte e sincera: sarà la verità. Anche se cattivo, farà impressione. Lo so.” Nella sua vita londinese aveva percepito il sottosuolo della società moderna, portando alla luce ciò che si nasconde nel cuore, nell’intelligenza, nella lingua degli uomini. Era solo necessario posare l’orecchio sulla fessura attraverso la quale giungevano le chiacchiere, i sussurri che si agitavano nel suo sottosuolo. Lo squittio del topo, l’odore umido di rinchiuso come quello che si avverte in certe cantine. Chi è dunque l’uomo che parla, blatera, offende e si offende nelle memorie del sottosuolo?

Così magistralmente Piero Citati: “Egli è, probabilmente, il primo uomo vuoto apparso nella letteratura mondiale, la forma originaria assunta dal nulla profondissimo, senza limiti e senza confini, che nei Demoni si chiamerà Stravrogin. Se è vuoto, non può possedere un carattere o una professione: né condividere nessuno dei sentimenti e delle idee che cadono nei laghi di atonia e indifferenza che sono nella sua mente e nel suo cuore. Per vincere la noia che avvolge la sua esistenza, l’uomo vuoto conosce solo una risorsa: recita, finge sentimenti che non prova, si pente, si offende, si innamora, e talvolta agisce, non perché qualche impulso lo spinga ma così, tanto per fare qualcosa.”