Bosch, una crisi che non riguarda solo Bari

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700 esuberi su un organico complessivo di 1700 dipendenti, questi i tagli che Bosch ha annunciato per lo stabilimento barese.

Già nel 2017 c’era stata una grave crisi, e i licenziamenti erano stati evitati solo grazie agli ammortizzatori sociali e alle uscite “volontarie” di quasi 200 lavoratori. La fabbrica produce soprattutto componentistica per i motori diesel, che però, per le disposizioni europee, sono destinati a scomparire. Va meglio la produzione di e-bike, sulle quali lavorano 350 dipendenti che saliranno presto a 450. La multinazionale tedesca non è in crisi e anzi sta investendo sulle nuove tecnologie. Solo, denuncia la Uilm, “lo sta facendo altrove. Chiediamo a Bosch di adottare una logica di solidarietà italiana ed europea a favore di Bari. La ‘solidarietà infragruppo’ deve servire non solo a portare a Bari lavorazioni che oggi sono affidate all’esterno, ma soprattutto ad assegnare una missione produttiva adeguata nell’ambito della green economy”.

Aggiunge inoltre la Uilm che “la riconversione di Bari deve essere una priorità nazionale: se la normativa europea vieterà i motori endotermici e se i soldi del PNRR sono davvero finalizzati alla transizione energetica, allora la priorità assoluta deve essere finanziare la riconversione industriale di grandi fabbriche, come la Bosch di Bari, oggi focalizzate sui motori endotermici”.

“Metteremo in campo tutte le iniziative necessarie per la difesa dell’occupazione”, annuncia la Fiom. “Il governo deve convocare il tavolo di confronto, altrimenti costruiremo un’iniziativa di solidarietà e di lotta con tutti i lavoratori del gruppo e del settore per impedire che i lavoratori di Bosch Bari e dell’automotive paghino il prezzo sociale dell’incapacità del governo di mettere in campo risorse straordinarie sul settore”.

Per quanto riguarda questo aspetto, tuttavia, sembra che il governo Draghi stia guardando altrove. Infatti, nella manovra appena approvata, non risulta il rifinanziamento di una misura che si era rivelata efficace, l’ecobonus auto, ma solo un sostegno agli operatori del settore e il mantenimento del bonus al 60% per il retrofit elettrico (ossia l’installazione di un motore elettrico al posto di quello endotermico).

L’Unrae, l’Unione nazionale rappresentanti autoveicoli esteri, ritiene questa “un’assenza di strategia, o forse proprio una strategia che farà inevitabilmente ricadere i costi sociali ed economici della transizione esclusivamente su consumatori, lavoratori e imprese, e che rischia di relegare l’Italia a una sorta di mercato di ‘serie B’ in Europa per diffusione di nuove tecnologie e per anzianità e obsolescenza del parco circolante”.

Negli ultimi dodici mesi, secondo i dati raccolti dall’Unrae, sono state 350mila le vetture rottamate, di cui il 90% con oltre 10 anni di vita, ed è salita del +116% la quota di vendita delle auto elettriche: risultati di fronte ai quali sarebbe stato opportuno il rifinanziamento dell’ecobonus. “Dispiace la mancanza di incentivi per l’automotive, che pure comeministero dello Sviluppo Economico avevamo chiesto con forza proprio in virtù della fase delicata e difficile che sta vivendo il settore, stretto tra transizione e conseguenze pandemia” ha dichiarato Giancarlo Giorgetti, a capo del dicastero. “Ci riproponiamo però di affrontare prestissimo laquestione all’interno del governo”.

Eppure, la seconda missione del PNRR, denominata “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, prevede, con la misura “M2C2 – Transizione energetica e mobilità sostenibile”, investimenti per 25 miliardi di euro proprio su questo tema. Per comprendere come questa possa essere davvero una rivoluzione, basta guardare poco oltre, alla misura “M2C3 – Efficienza energetica e riqualificazione degli edifici” che, con una dotazione di 22 miliardi, finanzia tra le altre cose il Superbonus per l’incremento dell’efficienza energetica degli edifici. Questo provvedimento ha portato alla creazione, nel solo secondo semestre del 2021, di oltre 11.000 imprese. Si tratta di un dato estremamente elevato, a cui si collegano criticità quali il pericolo di infiltrazione malavitosa; nel suo complesso, tuttavia, si tratta di una misura assai efficace che sta trainando l’intero settore.

Si potrebbe dunque pensare qualcosa del genere, con i dovuti adeguamenti, anche per la transizione energetica e la mobilità sostenibile; eppure, da questo punto di vista, appare tutto immobile. In Europa, a dicembre 2021, si è registrato nelle vendite il sorpasso delle vetture elettriche rispetto a quelle diesel con il 29% contro il 18%. Questo exploit si è avuto in un mercato non esattamente in buona salute a causa dell’ormai cronica mancanza di semiconduttori, un collo di bottiglia nella filiera produttiva che sta producendo più danni e ritardi dei vari lockdown di questi due anni di pandemia.

Insomma, mentre in Europa e in altri paesi come gli Stati Uniti (dove l’EPA, l’agenzia per la tutela dell’ambiente, ha varato i nuovi standard di efficienza per le vetture e i veicoli commerciali leggeri per raggiungere entro il 2026 una riduzione delle emissioni di oltre il 28%) si sta andando in una direzione ‘green’, l’Italia sembra ferma sulle posizioni riassunte dalle dichiarazioni del presidente di Confindustria Bari e Bat (Barletta-Andria-Trani), nonché di Confindustria Puglia: “La transizione verso l’auto elettrica ha avuto un’accelerazione troppo repentina, che sta schiacciando tutta l’industria automobilistica. La difficile prospettiva rappresentata da Bosch a Bari è conseguenza di questa veloce trasformazione del mercato e di politiche europee drastiche, che penalizzano l’Italia più di altri Paesi, perché l’Italia è la seconda realtà manifatturiera d’Europa”.

Da quanti anni si parla della transizione ecologica? È davvero un fulmine a ciel sereno? E i cattivi di turno sono davvero gli ‘ambientalisti di Bruxelles’? Le discussioni sull’ambiente e sulla sua difesa sono davvero puramente ‘filosofiche’? Ma sono proprio i 25 miliardi di euro che l’Ue ci consegna a dirci che la transizione ecologica è una direttrice imprescindibile per lo sviluppo futuro, per contrastare il cambiamento climatico e innovare quei settori che si fondano ancora sull’uso massiccio di combustibili fossili. I fondi dunque ci sono: restiamo in attesa che vengano utilizzati per lo scopo per il quale sono stati concessi.