3.000 dollari, al secondo

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3.000 dollari, al secondo
3.000 dollari, al secondo

Sono i ricavi di Apple, che occupa la testa della classifica delle aziende del “G.A.F.A.M.”, Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft.

I numeri stratosferici di Apple. Con la riapertura delle negoziazioni a Wall Street, Apple ha portato la propria capitalizzazione oltre la soglia dei 3 trilioni di dollari, ossia 3.000 miliardi, la prima azienda in assoluto a raggiungere questo record. Appartiene alla società fondata da Steve Jobs anche il precedente primato di 2.000 miliardi di capitalizzazione, centrato nell’agosto del 2020. In poco più di dodici mesi, dunque, Apple ha aumentato il proprio valore della metà, e dal marzo del 2020, quando la pandemia era in piena espansione, i paesi l’uno dopo l’altro chiudevano in lockdown e il vaccino era un miraggio, il prezzo delle azioni del colosso di Cupertino è più che triplicato.

La pandemia, che per molti settori è stata devastante (ad esempio il turismo e la ristorazione), ha portato enormi benefici ai giganti tech Usa: confrontando il periodo ottobre 2020/settembre 2021 con i dodici mesi precedenti, i profitti sono schizzati in alto del +46% per Microsoft, +51% per Amazon, +59% per Facebook (ora si chiama Meta), +65% per Apple e +98% per Alphabet (che controlla Google). In totale parliamo di ricavi per 1.350 miliardi di dollari con un profitto netto di 300 miliardi.

Apple ha guadagnato 3.000 dollari ogni secondo (nel tempo impiegato per leggere questa frase, avrà intascato altri 10.000 dollari), Alphabet 2.239 dollari/secondo, Microsoft 2.153 dollari/secondo, Facebook 1.278 e Amazon 833 dollari/secondo (dati Statista). Le aziende che più si avvicinano a cifre tali sono quelle produttrici di vaccini. Pfizer, BioNTech e Moderna, messe insieme, raggiungono circa 1.000 dollari/secondo di ricavi.

Passando dalle persone giuridiche a quelle in carne ed ossa, lo scettro di Paperon de’ Paperoni spetta al fondatore di Tesla, Elon Musk, con un conto in banca di 273 miliardi di dollari, mentre Jeff Bezos di Amazon è fermo (si fa per dire) a 194 miliardi. Per contrastare gli effetti negativi della pandemia, i governi e le banche centrali hanno messo in campo interventi massicci per sostenere l’economia; tuttavia, una buona fetta di questi aiuti sono andati a beneficio di chi deteneva già una posizione prominente sui mercati, come le Big Tech: l’azionario statunitense è cresciuto di quasi il 30% nell’ultimo anno, con il 90% dei guadagni realizzati che è andato a favore del 10% delle aziende e degli investitori più ricchi.

Al terzo posto della classifica dei Paperoni troviamo l’unico europeo, il francese Bernard Arnauld (Lvmh), seguito da nomi che sono degli habitué delle alte posizioni: Bill Gates (Microsoft), Larry Page (Google), Mark Zuckerberg (Facebook/Meta), Sergey Brin (Google), Steve Ballmer (Microsoft), Warren Buffett, Larry Ellison (Oracle).

Il problema nasce quando, a fronte di fortune così ingenti, vengono pagate tasse irrisorie. ProPublica, un’organizzazione indipendente e no-profit di giornalismo investigativo, spiega come fanno i miliardari a ridurre al massimo l’imposizione fiscale. Larga parte dei patrimoni è detenuta in forma di asset che secondo la legge possono essere tassati solo quando monetizzati (ad esempio le partecipazioni azionarie), ma che possono essere utilizzati come garanzia per chiedere prestiti da usare per gli investimenti e l’espansione del business. Sfruttando inoltre la legislazione dei paradisi fiscali (ma non sempre è necessario rifugiarsi in qualche piccola isola caraibica o minuscolo principato: di recente Elon Musk ha spostato la sede delle sue aziende dalla California al Texas dove si pagano meno tasse) e una serie di altri strumenti perfettamente legali (detrazioni per spese o perdite, sofisticati meccanismi di partecipazioni societarie, etc.), è possibile limitare ulteriormente quanto dovuto al fisco. Secondo i calcoli di ProPublica, le tasse pagate da questi Paperoni si aggirano intorno a un massimo del 3-4%. Un vero schiaffo per chi versa sei o sette volte tanto (e anche di più), e magari si vede trattenere l’imposta direttamente in busta paga.

È stato proposto di tassare i cosiddetti “unrealized gains”, ossia i “guadagni non realizzati” conseguenza dei rialzi dell’azionariato in Borsa (che, come abbiamo visto, hanno premiato generosamente le Big Tech), ma finora ha retto la linea secondo la quale è possibile imporre una tassazione solo quando tali titoli vengono tradotti in liquidità.

Anche se si trovasse un sistema equo e normativamente fondato per tassare queste ricchezze, è assai probabile che verrebbero immediatamente ideati nuovi mezzi per “dribblare” il grosso dell’imposizione. Alcuni paesi, come la Francia, hanno abbandonato l’idea, considerandola impraticabile. Dobbiamo ritenere allora che avesse ragione Buffett, quando nel 2011, ormai oltre un decennio fa, dichiarò: “C’è stata una feroce lotta di classe, negli ultimi vent’anni, e a vincerla è stata la mia classe.”