Il paese dell’anno

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Il paese dell'anno
Il paese dell'anno

Lo sciopero generale del 16 dicembre contro le politiche del governo e il riconoscimento del The Economist come paese dell’anno: le due facce della stessa medaglia rappresentata dal sempre maggiore scollamento delle istituzioni dal paese reale Italia.

Il riconoscimento del settimanale britannico (il cui primo azionista con il 43,4% risulta essere la Exor, holding della famiglia Agnelli) non viene assegnato in base a una particolare classifica (ricchezza, qualità della vita, innovazione, ecc..), ma attribuito al paese che mostra i maggiori miglioramenti in vari ambiti. In un anno ancora segnato a livello globale dalla pandemia e da un’economia incerta, l’Italia è stata presa come simbolo di ripresa, e il merito va soprattutto al Presidente del Consiglio Mario Draghi.

Grazie alla competenza e al rispetto di cui gode a livello internazionale, Draghi avrebbe dato, secondo The Economist, un nuovo impulso alla politica italiana, sottraendola al suo storico immobilismo, nonché all’economia con il fondamentale apporto del Pnrr, e senza dimenticare lo straordinario tasso di vaccinazione raggiunto, tra i più alti d’Europa. Nel tessere le lodi di Draghi, The Economist individua un unico aspetto negativo: l’ipotesi, ventilata da più parti, che l’ex Governatore della BCE possa traslocare da palazzo Chigi al Quirinale, e che possa succedergli una figura meno competente. Grazie al Pnrr, l’Italia riceve oltre duecento miliardi di euro, e al momento l’Ue considera come unico possibile garante di questi finanziamenti Mario Draghi.

A fronte del quadro lusinghiero dipinto dal settimanale inglese, abbiamo il primo sciopero generale dal 2014, quando la protesta riguardò il Jobs Act di Renzi. La prima finanziaria del governo Draghi viene contestata dai sindacati (Cgil e Uil, Cisl come sette anni fa non ha aderito alla mobilitazione) perché giudicata inadeguata ad affrontare la crisi sociale ed economica che la pandemia ha acutizzato, ma che è radicata nel nostro paese da ben più tempo.

I salari sono più bassi del 2,9% rispetto a 30 anni fa (come ha certificato l’Ocse, siamo l’unico caso di segno meno in Europa); le prospettive previdenziali dei giovani sono catastrofiche (sempre l’Ocse ha stimato che chi inizia a lavorare oggi in Italia non potrà andare in pensione prima dei 71 anni); è in crescita la precarietà in un mercato del lavoro in cui i posti aumentano ma solo a tempo determinato. Secondo le parti sociali che hanno indetto la protesta, sarebbe stata quindi auspicabile una legge di bilancio maggiormente orientata alla solidarietà e all’equità.

Anche sul piano dell’emergenza pandemica qualcosa andrebbe rivisto perché, a fronte dell’alto numero di vaccinati, il virus con le sue varianti (l’ultima è l’omicron) continua a diffondersi (non sarà mai troppo presto l’invio massiccio di dosi nei paesi più vulnerabili dove si sviluppano le mutazioni). Per evitare un’ondata come quella in atto in UK (80.000 contagi giornalieri), non sarebbe assolutamente scandaloso, anzi, sarebbe del tutto appropriato il ritorno a misure più stringenti nell’utilizzo della mascherina e del distanziamento sociale.

Lo stiamo realizzando con sempre maggiore chiarezza giorno dopo giorno: con il virus dovremo conviverci almeno per un altro po’, e nonostante sia forte il desiderio di tornare alla normalità alla quale eravamo abituati, le condizioni attuali sono queste: dobbiamo adattarci, intendendo questo termine in senso biologico/evolutivo, ossia “la facoltà degli organismi viventi di mutare i propri processi anche comportamentali per adattarsi alle condizioni dell’ambiente nel quale vivono”.

The Economist motiva il premio all’Italia anche per “l’ampia maggioranza di politici che per una volta ha messo da parte le proprie divergenze per sostenere un programma di riforme profonde”. In realtà si ha l’impressione che tale compagine sia impegnata soprattutto in manovre tattiche in vista dell’elezione del successore di Sergio Mattarella come Presidente della Repubblica, e che intanto il governo lavori alle riforme con un apporto non così decisivo da parte dei partiti (nonostante ognuno rivendichi qualcosa).

Maurizio Landini, leader della Cgil, nello spiegare le ragioni dello sciopero generale, ha sottolineato come la maggioranza non si stia rendendo conto di quella che è la reale situazione sociale delle persone nel nostro paese, e che oltre alla critica verso la manovra di bilancio, la protesta è causata anche dal metodo usato dal governo, che ha presentato il provvedimento ai sindacati già confezionato, senza offrire un confronto vero (cioè con la possibilità di concordare modifiche).

Il dissenso riguarda soprattutto la riforma delle aliquote Irpef che, nonostante quanto asserito dai tecnici del ministero dell’Economia, andrebbe soprattutto a beneficio dei redditi medio-alti. Questo articolo de Lavoce.info chiarisce molto bene i numeri. In sintesi, l’intervento del governo Draghi sul taglio delle tasse porterà più vantaggi a chi guadagna oltre 35mila euro lordi all’anno, fascia che però comprende solo il 15% dei contribuenti. Chi raggiunge i 40mila realizzerà i benefici maggiori con 945 euro/anno netti in più, poi il risparmio va a scendere mano mano che il reddito sale: 842 per chi ha 45mila di imponibile, 738 per chi ha 50mila, 670 per chi ha 55mila e 570 per chi ha 60mila. E le fasce più basse? Per chi ha 21mila di imponibile, il beneficio potrebbe fermarsi a 300 euro, mentre chi è sotto i 15mila (il 36% dei contribuenti) godrà di un vantaggio di 270 euro l’anno (lo stesso di chi supera i 75mila).

Dal punto di vista sportivo, con la vittoria agli Europei di calcio e i primati stabiliti alle Olimpiadi di Tokyo (i 100 metri, il record di medaglie), questo è stato sicuramente l’anno dell’Italia. Sotto tutti gli altri punti di vista, rimaniamo un paese profondamente diviso e poco solidale, nel quale le parti che compongono la società, istituzioni, lavoratori, politica, industria, etc. fanno un’enorme fatica a parlarsi (quando lo fanno). Si potrebbe allora prendere in considerazione l’ipotesi di restituire il riconoscimento al The Economist, ringraziando per il gentile pensiero, e riconoscendo di avere ancora tanto, tanto lavoro da fare prima di essere indicati come ‘paese dell’anno’.