Da cittadini ad azionisti (di minoranza)

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Editing genetico
Editing genetico

Le multinazionali, e in particolare le ‘Big Tech Companies’, sarebbero sulla buona strada per sostituire, un giorno non lontano, gli Stati.

È quanto emerso da uno degli scenari discussi al Bloomberg New Economy Forum di Singapore che ha avuto luogo a novembre. In tale ipotesi ha giocato e gioca tutt’ora un ruolo fondamentale la pandemia di Covid-19 con l’emergenza sanitaria e sociale che ha portato con sé, nonché l’esigenza di ricostruire l’economia globale.

La pandemia ha colpito soprattutto le piccole e medie imprese, mentre numerose grandi compagnie non solo hanno retto il colpo, ma ne hanno tratto vantaggio. Basti pensare ai settori nei quali sono leader incontrastate e che sono stati fondamentali per la prosecuzione delle attività produttive e della scuola. Senza i servizi cloud e di videoconferenza con i quali tutti abbiamo acquisito familiarità, sarebbe stata impossibile qualsiasi forma di smart-working e didattica a distanza. Servizi che, come ad esempio il cloud, a livello mondiale sono quasi interamente in mano a quattro big della tecnologia: Amazon, Google, Microsoft e, per la Cina, Alibaba. Sempre queste aziende sono capofila nei settori della cybersecurity (che sta acquistando e acquisterà sempre maggiore importanza, basti pensare alla necessità di contrastare fenomeni di pirateria informatica quali il ransomware), delle reti 5G, dell’intelligenza artificiale, del cosiddetto ‘internet delle cose’ (internet of things) e via dicendo.

Il colosso Alphabet (che controlla Google) ha investito nel reparto sanitario e farmaceutico, coniugando i traguardi raggiunti nel campo dell’intelligenza artificiale e le biotecnologie. Si profilano scenari (al momento futuristici, ma chissà) nei quali processi come il ‘CRISPR gene editing’ (una tecnica di ingegneria genetica che consente la modifica del genoma degli organismi viventi e che ha valso il premio Nobel per la Chimica 2020 alle scopritrici, Jennifer Doudna e Emmanuelle Charpentier) non saranno più confinati nei laboratori, ma costituiranno operazioni di bioingegneria disponibili su larga scala. Esperti del settore ritengono che l’umanità sia di fronte a una vera e propria rivoluzione in questo senso, una rivoluzione il cui controllo sarebbe tuttavia nelle mani di pochi enti multinazionali privati.

Ma davvero le multinazionali sostituiranno gli Stati? Gli scenari sono fondamentalmente tre. Nel primo, lo Stato riesce a conservare un ruolo guida e le corporation mantengono una vocazione soprattutto nazionale. Nel secondo, questa vocazione non è limitata ai confini statali, ma si espande fino a ricomprendere tutto il globo. In questo scenario, lo Stato sopravvive, ma indebolito. Nel terzo scenario, le multinazionali si sostituiranno in tutto e per tutto alle nazioni, decretando di fatto la fine dell’elemento alla base del sistema politico-economico internazionale degli ultimi secoli, lo Stato appunto.

Secondo Klaus Schwab, fondatore del ‘World Economic Forum’, le grandi corporation sarebbero in grado di occuparsi dei bisogni dei cittadini meglio di quanto non facciano le istituzioni pubbliche. Schwab teorizza un modello di capitalismo definito ‘stakeholder capitalism’, dove stakeholder indica non solo gli investitori, ma in generale i portatori d’interesse. Le compagnie non si limiterebbero dunque a perseguire gli ordinari obiettivi commerciali, realizzando investimenti e generando profitti, ma si occuperebbero anche dei bisogni della società in generale, con la conseguenza che noi saremmo sempre meno cittadini e sempre più consumatori e portatori d’interesse.

Nella gestione della pandemia, e in particolar modo riguardo ai vaccini, i promotori del terzo scenario sottolineano come non sempre gli Stati si siano comportati nel migliore dei modi. La corsa all’accaparramento dei primi lotti di dosi, i divieti di esportazione di mascherine e altri strumenti utili al contrasto della pandemia, le scarsissime quantità di vaccino destinate ai paesi più vulnerabili (fattore che paghiamo con il moltiplicarsi delle varianti): è vero, i problemi sono stati molti, e continuano ad esserci. Ma attenzione a compilare una lista dei ‘buoni’ (le aziende Big Pharma che in pochi mesi hanno sviluppato un vaccino efficace contro il Covid-19) e dei ‘cattivi’ (gli Stati così poco solidali tra loro, anche quando avrebbero dovuto, vedi l’Unione europea) come fanno alcuni CEO che si spingono a dichiarare apertamente “Le aziende della tecnologia, non le nazioni, salveranno l’umanità”.

Le multinazionali hanno conquistato un potere economico sempre più rilevante (in qualche caso, come Apple, giovandosi di ingenti finanziamenti pubblici nelle fasi iniziali di sviluppo), arrivando a condizionare la politica stessa degli Stati. Il continuo travaso di manager tra i colossi privati e le istituzioni pubbliche (negli Usa, ad esempio, ex dirigenti di Google e di Blackrock sono passati a posizioni di grande influenza presso il Pentagono e il National Economic Council, organismo che contribuisce a determinare la politica economica del paese) ha inoltre portato a una progressiva ‘tecnicizzazione’ dei ruoli, con la conseguenza che ormai ai vertici istituzionali si richiedono soprattutto doti manageriali.

Se da una parte è impossibile prevedere quale dei tre scenari si concretizzerà (o, più probabilmente, quale combinazione dei tre), dall’altra è indubbio che i vuoti lasciati dalla politica sono stati abilmente riempiti dal business e forse, in futuro, saremo sempre meno cittadini di uno Stato democratico e sempre più azionisti (di minoranza) di un qualche colosso multinazionale.