Il convento dell’Aracoeli

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Il convento dell'Aracoeli
Il convento dell'Aracoeli

A ventiquattro anni, nel 1821, Charles Lock Eastlake non era certo uno degli oscuri artisti inglesi scesi in Italia per il loro Grand Tour. Il pittore conosceva Roma, dove viveva da un lustro, come le proprie tasche, ed era, a Londra, una celebrità. Il successo era nato sulle onde del mare quando, nella nativa Plymouth, si era accostato alla nave che portava Napoleone all’esilio di Sant’Elena per catturare, come un reporter, un frammento di storia. Una volta ultimato, il ritratto a figura intera del generale francese in uniforme, melanconico e impettito, procurò a Eastlake il necessario per trasferirsi in Italia.

La grande tela con Il foro di Traiano, oggi al Victoria and Albert Museum, rappresenta un tratto della Basilica Ulpia, di cui nei prossimi due anni verrà ricostruito in anastilosi parte del colonnato. Ricollocate al proprio posto in un doppio ordine separato da un architrave, le colonne in cipollino verde restituiranno l’idea dello slancio verticale che caratterizzava la struttura.

Il dipinto di Eastlake consegna anche, come un vero reportage d’epoca, lo stato degli scavi effettuati dai francesi e, insieme, la visione di un tratto scomparso del panorama urbano. Fatta eccezione per la colonna Traiana, svettante sulla destra, e per la cupola di Santa Maria di Loreto, il resto del paesaggio è stato inghiottito dalle successive risistemazioni della zona. Le case e i magazzini che occupano il centro del dipinto parlano della vita che brulicava dentro e intorno alle rovine, annullata dal tracciamento dell’asse viario, monumentale e irragionevole, che taglia i Fori.

Prima ancora, tra la fine dell’Otto e i primi del Novecento, erano scomparsi gli edifici in alto sul colle, disegnati contro il cielo e le nuvole, che erano stati elementi importantissimi dell’esperienza di Roma. La sagoma allungata del convento dell’Aracoeli terminava in quella, possente e merlata, della Rocca Paolina. Le costruzioni, insieme a quelle che accompagnavano la salita di via Macel de’ Corvi, dove aveva vissuto Michelangelo, furono cancellate per far posto alla costruzione dell’Altare della Patria e allo spianamento di Piazza Venezia. Del complesso, allungato sulle pendici del Campidoglio, rimangono in piedi oggi soltanto la torre del Palazzo Senatorio e la basilica dell’Aracoeli.

Nella costellazione dei luoghi che, agli occhi dei viaggiatori, hanno creato il mito di Roma, il convento dell’Aracoeli occupa un posto speciale. Cenobio francescano dalla metà del Duecento, il convento rappresentava un punto di sosta per i pittori di paesaggio. Dopo le ore passate nel sole pieno a studiare monumenti e antichità, campagne e macchie boscose, i chiostri freschi e ombrosi del convento offrivano una pausa agli occhi e ristoravano la mente. Ci fu anche chi fece di quel luogo un soggetto della propria pittura, con le sagome scure dei frati contro i muri bianchi e una profonda sensazione di silenzio.

Quel sogno di pace si interruppe nel 1873 quando, allontanati i religiosi, il convento diventò sede dei vigili urbani. Ai primi di gennaio 1886 cominciò la demolizione della struttura e della Rocca Paolina, per far spazio alle cubature immacolate del Vittoriano.
Chissà cosa avrebbe pensato Eastlake, primo direttore della National Gallery e appassionato custode del passato, nel veder sparire a colpi di piccone una parte importante delle sue passeggiate romane.