Giordano Bruno e i delfini scomparsi

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La 'zuppiera' o 'terrina' in piazza della Chiesa Nuova
La 'zuppiera' o 'terrina' in piazza della Chiesa Nuova

Innalzare la statua di Giordano Bruno in Campo de’ Fiori, nel punto esatto in cui – il 17 febbraio 1600 – era avvenuto il rogo, fu un’impresa niente affatto semplice. Avversata dagli ambienti conservatori, l’immagine in bronzo del filosofo diventò nell’ultimo quarto dell’Ottocento un simbolo di libertà per gli intellettuali di tutta Europa, che si fecero promotori della celebrazione del pensatore.
Progettato da Ettore Ferrari, il monumento fu inaugurato il 9 giugno 1889. La sagoma del filosofo, resa severa e indimenticabile dal profilo semplicissimo del mantello e dal cappuccio che sprofonda nell’ombra i tratti del viso rivolto verso San Pietro, continuò a turbare i sonni di parte delle gerarchie vaticane, che ne chiesero a più riprese l’eliminazione.

Per far spazio al monumento l’arredo della piazza venne modificato, e fu rimossa la fontana chiamata popolarmente “zuppiera” o “terrina”, alloggiata in seguito davanti alla chiesa di S. Maria in Vallicella e all’attiguo oratorio dei Filippini. Posta più in basso rispetto al livello di corso Vittorio Emanuele II, la terrina dissimula, con il suo aspetto da tartaruga addormentata, la storia avventurosa che le toccò interpretare.
Era il 1570. Restaurato il condotto dell’Acqua Vergine, la Congregazione delle Fonti stabilì un elenco di 18 nuove fontane che intendevano migliorare il benessere e l’igiene di quartieri intensamente popolati come Campo Marzio. Tra queste era inclusa la fontana della terrina. Il disegno, semplicissimo, fu affidato a Giacomo della Porta, responsabile di numerosi cantieri e subentrato, alla morte di Michelangelo che ne era titolare, nella carica di “architetto del popolo romano”.

Il disegno originale della terrina (non ancora provvista di coperchio) prevedeva due semplici vasche oblunghe sovrapposte: lo si può ripercorrere nella copia novecentesca della fontana collocata in Campo de’ Fiori. A ingentilire il progetto, quattro delfini in bronzo gettavano acqua dalla vasca superiore a quella inferiore.
Senza riguardo per i cetacei, né per l’impresa ingegneristica che aveva portato l’acqua sulla piazza, la fontana diventò, per i commercianti del mercato di Campo de’ Fiori, il lavabo in cui ripulire la merce e gettare avanzi e rifiuti. Né gli editti, né le minacce di pene corporali riuscirono a scoraggiare la trasformazione della fontana in un immondezzaio.
La soluzione al problema fu drastica quanto inedita. Asportati i delfini, la vasca superiore fu chiusa dal coperchio in travertino che, sormontato da un pomello, le fece assumere l’aspetto di una grande zuppiera.

Quando la piazza diventò teatro del dibattito sulla libertà di pensiero che Giordano Bruno incarnava, il profilo curioso della fontana risultò fuori luogo. Smontata e lasciata per qualche anno in un deposito, la terrina fu poi collocata dove tuttora la si può vedere, e dove ancora borbotta la sua vicenda di prestigio e decadenza.
Dei delfini, realizzati in un primo tempo per la fontana di piazza Mattei, si sono perse del tutto le tracce.