Antropocene, l’ultima era?

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Antropocene
Antropocene

La scienza ci sta mettendo in guardia, la politica non prende decisioni: l’ambiente resta così una risorsa da sfruttare. Occorre trovare un rapporto diverso con l’ecosistema, prima che sia troppo tardi.

Il termine Antropocene è stato coniato un po’ per caso dallo scienziato olandese Paul Crutzen nel 2000, durante un congresso del programma internazionale “Geosfera-Biosfera” in Messico. Irritato dal fatto che si contestualizzassero i cambiamenti climatici globali nell’ambito dell’Olocene (l’era geologica nella quale viviamo, iniziata 11.700 anni fa), Crutzen sbottò utilizzando proprio il termine Antropocene, con l’intenzione di rimarcare la profonda, determinante influenza delle attività umane nell’alterazione dell’equilibrio dell’atmosfera. Siamo noi, grazie soprattutto al progresso scientifico, a essere la misura del nostro tempo (e i responsabili di tutto quanto accade, nel bene e nel male).

Attualmente è al vaglio la possibilità di ufficializzare la definizione di Crutzen come unità di scala del tempo geologico (Geological Time Scale, GTS). Uno dei requisiti, senza scendere troppo nei dettagli, è che sia possibile rintracciare nei sedimenti deposti in tutti gli ambienti (dai ghiacciai ai fondali marini) particolari marcatori fisico-chimici che attestino una diffusione su larghissima scala. L’idea di Crutzen era di far coincidere l’inizio dell’Antropocene con la Rivoluzione industriale del diciannovesimo secolo, quando è cominciato l’utilizzo massiccio e sistematico del carbone, e quindi l’immissione nell’atmosfera di quantità sempre maggiori di CO2.

Le ricerche hanno stabilito tuttavia che non esistono marcatori a livello globale in tal senso, perché l’industrializzazione ha riguardato, per un consistente periodo, solo alcune aree del mondo, in particolare l’Europa e il Nord America. È stata quindi proposta come data il 1950: i marcatori chimici lasciati dalle particelle radioattive prodotte dalle esplosioni nucleari sono infatti diffusi e misurabili in ogni ambiente. Inoltre, nel secondo dopoguerra, ha avuto inizio la cosiddetta “Grande Accelerazione”, ossia la vertiginosa crescita produttiva che ha visto il petrolio sostituire il carbone come principale combustibile fossile, con un incremento esponenziale delle emissioni.

I meriti di Crutzen, scomparso all’inizio del 2021 a 88 anni, non si limitano all’aver coniato il termine Antropocene, anzi. Vincitore del Premio Nobel per la chimica nel 1995, lo scienziato olandese ha dato un contributo fondamentale per la comprensione del meccanismo della distruzione dello strato di ozono, evidenziando gli effetti della vaporizzazione di sostanze quali i CFC (clorofluorocarburi), usati come propellenti nelle bombolette spray. Questi gas hanno una forte capacità dissociativa dell’ozono stratosferico, la barriera naturale che contribuisce a bloccare i raggi ultravioletti, letali sia per la vita animale che vegetale.

La produzione e l’utilizzo dei CFC sono stati fortemente limitati grazie al Protocollo di Montreal, un trattato internazionale del 1987, e oggi lo strato di ozono mostra i primi segni di recupero (dopo oltre 30 anni, occorrono comunque decenni per ottenere qualche effetto su scala planetaria). Gli studi dell’Agenzia Europea per il Clima stimano che soltanto nella seconda metà del secolo l’ozono tornerà ai livelli pre-CFC.

Ma ci sono altre minacce, definite dalle ricerche del 2009 effettuate da Johan Rockström, responsabile dell’Istituto per le Richerche sull’Impatto Climatico di Potsdam in Germania. Una sorta di cavalieri dell’Apocalisse che mettono a repentaglio l’esistenza dell’umanità: non solo il cambiamento climatico, ma anche l’acidificazione degli oceani, l’alterazione del ciclo del fosforo e dell’azoto, la perdita della biodiversità, l’alterazione del ciclo dell’acqua potabile, lo sfruttamento intensivo delle terre a fini agricoli e di allevamento, l’effetto aerosol dovuto alle particelle nocive sospese nell’aria e via dicendo.

I risultati della recente Cop26 sono stati soprattutto annunci. Come abbiamo sottolineato in questo articolo, la difesa dell’ambiente richiede sacrifici che nessuno sembra disposto a fare. Le nazioni in via di sviluppo non intendono rinunciare al raggiungimento di una condizione diffusa di maggior benessere, mentre le nazioni già sviluppate intendono mantenere il proprio (ecologicamente impattante) stile di vita. In questo intervento su Il Fatto Quotidiano, Jacopo Fo attribuisce, con una nota di provocazione, la ragione dell’inazione dei cosiddetti “potenti della Terra” alla stupidità.

Che la stupidità umana sia uno dei “motori della storia” è indubbio (Fo riporta tantissimi esempi, alcuni esilaranti, altri drammatici), ma lo è anche l’interesse, o meglio, il profitto. Tra le proposte riguardanti il nome da dare alla presente era c’è infatti anche quella di ‘Capitalocene’. Non sarà bello come Antropocene, ma individua con precisione la causa che sta a monte delle pericolose modificazioni nella composizione fisica, chimica e biologica del pianeta, ossia il capitalismo e il suo rapporto con l’ambiente, visto come una somma di risorse da sfruttare per generare profitti sempre maggiori.

I leader prendono tempo, come alla Cop26, consapevoli del fatto che difficilmente le persone saranno disposte a ridimensionare radicalmente il proprio stile di vita (siamo pronti a limitare l’uso della macchina, il consumo di carne, il riscaldamento e il condizionamento delle case e dei luoghi di lavoro, la possibilità di viaggiare e perfino di scambiarci foto e video in formato elettronico?). Così tutto resta sostanzialmente com’è, in una transizione ecologica che avverrà, ma lentamente. Forse troppo. E nel frattempo le multinazionali che si avvantaggiano della globalizzazione per delocalizzare la produzione e dei paradisi fiscali per ottenere fortissimi sconti fiscali, continuano a macinare profitti.

Occorrerebbe un cambiamento economico radicale e un mutamento culturale ancora più profondo, meno materialismo, meno consumismo. Ricorda Naomi Klein (“Una rivoluzione ci salverà”, 2015): «Il nostro sistema economico e il nostro sistema planetario sono oggi in conflitto. Da un lato, ciò di cui il clima ha bisogno per evitare il collasso è una contrazione del nostro modo di utilizzare le risorse; dall’altro, il nostro modello economico richiede, per evitare il collasso, una continua espansione senza vincoli. Solo uno di questi due insiemi di regole può essere cambiato, e non è quello delle leggi di natura».

Gli scienziati lo ripetono da anni, gli studi sul tema si mostrano concordi nel sottolineare la gravità dei cambiamenti che sta subendo l’ecosistema e dell’urgenza di prendere adeguate contromisure. Ma nessuno sembra ascoltare davvero questo grido d’aiuto, chi per realizzare profitti sempre maggiori, chi per non rinunciare al proprio stile di vita, chi riponendo una cieca fiducia in quella scienza che ci ha permesso di raggiungere traguardi inimmaginabili fino a pochi decenni fa e che quindi ci infonde un pericoloso senso d’onnipotenza.