No, la Brexit non è stata un buon affare

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Nella retorica pro-Brexit, le conseguenze negative dell’uscita della Gran Bretagna dall’Ue sarebbero state paragonabili a una piccola foratura. Invece è come se fosse scoppiato all’improvviso l’intero pneumatico.

Da quando, nel 2016, i voti “Leave” hanno prevalso sui “Remain” nel referendum per la Brexit, è cominciato un esodo ininterrotto di aziende britanniche che dalla madrepatria hanno spostato la propria sede legale in un altro paese dell’Unione europea per non perdere l’accesso al mercato comune. In particolare, migliaia di queste società (4.000, secondo questo articolo del New York Times) hanno scelto come meta l’Estonia.

Dal 2014, la ex Repubblica sovietica ed ex satellite di Mosca ha istituito il programma e-Residency che permette di aprire una società senza essere fisicamente residente nel paese (o addirittura esservi mai stati), e di godere al contempo di convenienti agevolazioni fiscali. Anche altri membri Ue offrono programmi simili, ma quello estone è particolarmente vantaggioso.

Tramite e-Residency è possibile, oltre a registrare un’azienda, usufruire di tutti i servizi digitali normalmente riservati ai possessori di cittadinanza, come la firma di contratti e di altri documenti online, l’apertura e la gestione di conti correnti bancari, e via dicendo. Sono stati molti gli imprenditori britannici che hanno scelto le opportunità concesse da uno dei paesi più avanzati dal punto di vista sia innovativo che tecnologico dell’intera Europa.

In Estonia, infatti, le elezioni si svolgono online (occorre tuttavia ricordare che il paese, oltre al succitato alto tasso di innovazione, conta solamente 1,3 milioni di abitanti, più o meno come l’Abruzzo, un numero che sicuramente facilita l’adozione del voto elettronico), la Pubblica Amministrazione è completamente digitalizzata (da noi solo nei giorni scorsi è stato attivato il servizio che permette di scaricare alcuni certificati online), e inoltre esistono dei ‘visti digitali’ che consentono agli stranieri di lavorare da remoto, sempre senza mettere piede nel paese.

Oltre alle caratteristiche funzionali, il programma e-Residency deve il suo successo alle aliquote fiscali riservate ai partecipanti, che si aggirano tra il 14 e il 20%. Nel Regno Unito, la tassazione è decisamente più alta, arrivando fino al 40%. Inoltre, l’imposizione fiscale del programma estone riguarda solo gli utili, permettendo quindi alle aziende che fanno investimenti di disporre di maggior capitale da destinare a questo scopo.

L’afflusso delle società britanniche ha portato nel 2020 a un aumento del 60% delle entrate fiscali in Estonia; cos’è successo invece in Gran Bretagna? I dati dell’Office for Budget Responsability (OBR), un ente autonomo nato nel 2010 con lo scopo di offrire analisi indipendenti sulla finanza pubblica del Regno Unito, sembrano non lasciare dubbi.

Nel breve termine, il trauma provocato dall’uscita dal mercato unico europeo e l’entrata in vigore dei nuovi regolamenti (che comportano costi più elevati per l’import/export, maggiori controlli burocratici che rallentano la circolazione delle merci, numerosi paletti nell’assunzione di lavoratori – abbiamo visto ad esempio che la penuria di autisti di camion cisterna ha provocato molti disagi nel rifornimento del carburante, al punto che si è dovuto far ricorso all’esercito) costeranno circa mezzo punto di Pil nel primo quadrimestre del 2021.

Nel lungo termine, invece, la produttività diminuirà del 4% rispetto a uno scenario di permanenza nell’Ue, e caleranno anche le importazioni e le esportazioni, complessivamente del 15%, sempre rispetto allo scenario in cui il Regno Unito è ancora dentro il mercato unico. Inoltre, contrariamente a quanto sbandierato dai fautori della Brexit, i nuovi accordi commerciali con paesi non europei avranno effetti limitati. Ad esempio, secondo le analisi dell’OBR, l’intesa con il Giappone frutterà un aumento del Pil pari allo 0,075% in un periodo di quindici anni.

Una delle promesse della Brexit è stata però mantenuta: i flussi dei migranti si sono ridotti. Ma potrebbe essere una vittoria di Pirro. Infatti, oltre a far diminuire la popolazione generale, decrescerà la forza lavoro disponibile (la grande maggioranza degli ingressi avveniva per motivi occupazionali), soprattutto in relazione agli impieghi non specializzati. L’assenza di manodopera potrebbe avere quindi conseguenze negative sulla produttività.

Una valutazione complessiva del fenomeno è senza dubbio resa difficile dall’impatto inaspettato e devastante della pandemia di Covid-19. In generale tuttavia, guardando al numero delle aziende che si sono trasferite all’estero e alle difficoltà riscontrate soprattutto negli scambi commerciali, possiamo affermare che no, finora la Brexit non è stata affatto un buon affare.