Cop26, accordo deludente

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Cop26, accordo deludente
Cop26, accordo deludente

La Cop26 di Glasgow, nella quale le associazioni ambientaliste ma anche i paesi maggiormente colpiti dai cambiamenti climatici riponevano molte speranze, si conclude con un’intesa al ribasso. O, per dirla con le parole di Greta Thunberg, con un bla bla bla.

Come nei migliori gialli, il colpo di scena arriva alla fine. Infatti, poco prima che il testo dell’accordo fosse chiuso, è stata apportata una modifica dell’ultimo minuto, voluta da India e Cina. Il cambiamento è minimo, una parola, ma la portata è enorme. Gli sforzi per accelerare “l’eliminazione” graduale dell’uso del carbone diventano gli sforzi per la “riduzione” graduale dell’utilizzo della fonte fossile. In realtà c’erano già state delle modifiche nelle bozze precedenti, tutte in direzione di indebolire l’impegno a cancellare una delle cause più rilevanti delle emissioni nocive.

Ci rendiamo conto allora che il coup de théâtre da parte delle due superpotenze asiatiche è solo l’ultimo dei compromessi al ribasso che hanno annacquato le buone intenzioni che animavano la Cop26 all’apertura dei lavori. Angelo Bonelli, co-portavoce nazionale di Europa Verde, l’aveva detto prima della firma: “Il documento finale della Cop26 sancisce la vittoria della lobby delle fonti fossili, che a Glasgow aveva la delegazione più numerosa, oltre 500 persone”. Secondo questo rapporto del Fondo Monetario Internazionale, nel 2020 le compagnie energetiche avrebbero ricevuto, a livello globale, qualcosa come 5.900 miliardi di dollari di sussidi pubblici. “Questo spiega”, sottolinea Bonelli, “come la politica sia debole per programmare lo stop dalla dipendenza delle fonti fossili”.

L’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro gli 1,5 gradi per la fine del secolo sarebbe a rischio, considerato che nei vari summit che si susseguono, agli annunci non corrisponde una messa in pratica delle risoluzioni. Secondo lo studio pubblicato dal CAT – Climate Action Tracker, un comitato scientifico indipendente che analizza le misure adottate dai governi per rispettare l’Accordo di Parigi, c’è un abisso tra le parole e l’azione: se tutti i paesi dovessero centrare i rispettivi obiettivi fissati per il 2030 (ipotesi molto ottimista, ma immaginiamo che succeda), nel 2100 la temperatura salirà comunque di 2,4 gradi (valore ben lontano dal grado e mezzo auspicato a Parigi nel 2015).

Al momento attuale, la temperatura prevista dai dati riportati nello studio pone l’aumento a 2,7 gradi. La responsabilità è principalmente delle fonti fossili, petrolio, carbone e gas (sì, il gas è una fonte fossile e non è “pulito” come alcune aziende energetiche vorrebbero far credere). E non è tutto. A gettare un’ombra profonda sulla questione delle emissioni nel suo complesso è un’inchiesta del Washington Post secondo la quale i dati su cui discutono le delegazioni internazionali e su cui vengono prese le decisioni, non sarebbero affidabili. I valori relativi alle emissioni vengono forniti alle Nazioni Unite dai singoli paesi, e per i giornalisti che hanno condotto l’indagine, alcuni di essi comunicherebbero dati più bassi per essere autorizzati a produrre maggiori quantità di gas serra.

Nazioni come quelle facenti del PICs (Pacific Island Countries), estremamente vulnerabili al cambiamento climatico – emblematico il rapporto di Greenpeace Australia Pacific 2021 sulle numerose comunità che negli ultimi anni si sono dovute spostare a causa dell’innalzamento del livello dell’oceano e del moltiplicarsi di fenomeni estremi come mareggiate e inondazioni – hanno ricevuto l’ennesimo schiaffo, mentre il presidente della Conferenza mondiale dell’Onu sul clima, Alok Sharma si è scusato quasi in lacrime, dichiarandosi profondamente dispiaciuto per il risultato finale. Se queste sono le premesse per la Cop27 che avrà luogo in Egitto alla fine del prossimo anno, che senso ha convocarla?

La difesa dell’ambiente passa necessariamente attraverso un accordo collettivo che prevede impegni e sacrifici, ma nessun paese sembra disposto a fare questo passo. Se Cina e India hanno ottenuto la modifica sull’uso del carbone, Stati Uniti e Unione europea hanno da parte loro bloccato la richiesta di 134 paesi (che insieme rappresentano l’85% della popolazione mondiale) di creare un organismo che fornisca un sostegno finanziario concreto ai paesi che stanno già vivendo le conseguenze del cambiamento climatico, riconoscendo la propria responsabilità nelle emissioni storiche avvenute a partire dalla Rivoluzione industriale. A questo proposito, Bonelli ricorda come non si sono voluti trovare 100 miliardi di dollari, tra l’altro già promessi nei vertici precedenti, per aiutare quei paesi, mentre annualmente si spendono nel mondo oltre 2.000 miliardi in armamenti.

E così da una parte abbiamo i paesi sviluppati, principalmente Usa e Ue, che non sembrano affatto intenzionati a rinunciare a standard di vita considerati non negoziabili né a frenare la crescita economica (con conseguente sfruttamento delle risorse ambientali), e dall’altra abbiamo quei paesi che ancora non hanno raggiunto i propri obiettivi di sviluppo – Cina, Brasile e India su tutti –, che non vogliono rinunciare a conquistare un benessere diffuso come in Occidente. Finora questo muro contro muro ha vanificato qualsiasi vera, concreta azione di riduzione delle emissioni.

Come suggerisce Massimo Fini in questo articolo, il nostro attuale modello di sviluppo appare inconciliabile con l’ecologismo, e per parlare seriamente di difesa dell’ambiente, ipotizza suggestivamente il giornalista e saggista, bisognerebbe rovesciarlo completamente. Mentre una trasformazione di tale portata resta una sorta di miraggio, maggiori speranze di cambiare il corso delle cose hanno le pressioni che giungono per così dire dal basso: non solo attraverso le manifestazioni di protesta, ma anche attraverso le scelte concrete di tutti i giorni, con l’adozione, auspicata, da parte dei cittadini di uno stile di vita con un’impronta ecologica il meno impattante possibile.