Sotto gli archi scuri

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L'Arco di Giano, Roma
L'Arco di Giano, Roma

Riapre alle visite, dopo quasi trent’anni, l’arco di Giano, chiuso da quando, il 28 luglio 1993, in una notte fra le più drammatiche nella storia della Repubblica, un’autobomba distrusse il portico della vicina chiesa di San Giorgio in Velabro.

L’arco, conosciuto anche come Tempio di Giano, fu costruito nel IV secolo ed è dotato di una complessa struttura a quattro ingressi, i cui porticati si incontrano sotto un’alta volta a crociera. La costruzione deve il nome con cui è nota non tanto al dio bifronte, quanto alle porte (“ianus”) che ne caratterizzano l’architettura.

Dedicato in origine all’imperatore Costantino e spogliato a più riprese dei marmi e degli apparati decorativi, l’arco di Giano è il soggetto di una fra le tavole più suggestive delle Vedute di Roma, incise intorno al 1748 da Giovanni Battista Piranesi.

Affondato nella terra e nei detriti, l’edificio brulica della vita del Foro Boario che gli si sviluppava intorno – ovini di vario tipo, pastori con lunghi bastoni, ragazze e usurai, che si davano appuntamento sotto gli archi.

La vertiginosa veduta d’angolo che inquadra la costruzione ne amplifica la spazialità complessa e spalanca controscene sul fondo delle vie, sfuggenti e tortuose, mostrando allo stesso tempo la mole immensa e la decadenza della struttura.

Le sbrecciature e i rampicanti impegnati a disgregare le merlature che, in età medievale, avevano trasformato la rovina nel baluardo dei Frangipani, sono elementi della speciale narrazione di Roma che Piranesi affidò alle proprie vedute, e che plasmò per decenni l’immagine della città assorbita dall’intera Europa.

I forti contrasti luminosi, le inquadrature scenografiche, pensate per esaltare la smisurata grandezza dell’architettura romana, le piccole, indaffarate figure umane, utili per misurare l’immensità del passato che le circonda e per sondare lo iato aperto fra il presente e il mito dell’antichità, raccontavano le rovine di Roma come parte di un sogno tanto opprimente quanto monumentale.

Non si contano i dipinti che riproducono i luoghi di Roma eseguiti sotto i cieli del Nord Europa, quasi ricalcando le tavole di Piranesi. Prima di scendere in Italia per il loro grand tour, artisti e aristocratici conoscevano i luoghi della città eterna attraverso l’immagine che l’incisore veneziano ne aveva dato.

Una volta giunti a Roma, potevano incontrarlo in via Sistina, dove aveva preso casa, o più spesso sotto le volte del Caffè degli Inglesi in Piazza di Spagna, che egli stesso aveva decorato. Più che competente nell’archeologia romana, nell’immaginare la decorazione del luogo di ritrovo per eccellenza dei nordici a Roma, Piranesi aveva dispiegato però un repertorio di ispirazione egizia, che un frequentatore del Caffè riteneva più adatto “a decorare l’interno di un sepolcro… che un luogo di conversazione civile.”

Oggi, il Caffè degli Inglesi è un negozio di lusso all’angolo con via delle Carrozze, e la decorazione di Piranesi non esiste più. Ma forse, nascosta nell’ombra dei portici presso l’arco di Giano, dorme un’antichità labirintica e inafferrabile, inseguita per tutta la vita da Piranesi tra il nero dell’inchiostro e il bianco della carta.