Digitale e inquinamento

366
Digitale e inquinamento
Digitale e inquinamento

Anche la nostra vita digitale lascia una ‘carbon footprint’, un’impronta ecologica. Ed è più grande di quanto comunemente si pensi.

Se i servizi digitali fossero una nazione, sarebbero ai primi posti per quantità di emissioni inquinanti a causa del grande fabbisogno di energia elettrica che richiedono. Secondo i dati riportati in questo articolo de Il Sole24Ore, si stima che il settore dell’Information Technology sia responsabile del 4% della CO2 mondiale rilasciata nell’atmosfera ogni anno e che, nel 2025, i livelli del 2010 verranno triplicati. Non solo, hanno conseguenze rilevanti anche l’estrazione delle materie prime necessarie per la realizzazione dei microchip e degli altri componenti, nonché lo smaltimento delle apparecchiature stesse.

L’impatto zero non esiste, anche quando abbiamo a che fare con un’entità impalpabile come il digitale. Scattare una foto e condividerla sui social media, inviare un’email con allegati, partecipare a una riunione in videoconferenza: gesti che sono diventati abituali e che apparentemente non richiedono alcun consumo tranne l’elettricità per caricare il cellulare o il computer utilizzati. Il digitale ha sicuramente ridotto le conseguenze ambientali di molte attività, ma come evidenziano i dati riportati, ha un peso cospicuo in termini di inquinamento e ne avrà sempre di più.

Oggi, praticamente tutti i servizi digitali fanno ricorso alla tecnologia cloud, ossia quel sistema di immagazzinamento virtuale dove le nostre foto, i nostri documenti e ogni flusso di informazione vengono caricati per essere immediatamente fruiti o conservati. Il termine cloud, nuvola, suggerisce un’immagine eterea, incorporea: in realtà un corpo ce l’ha, fatto di circuiti, processori, memorie e numerosi altri componenti collocati in giganteschi data center. Elementi che rimangono attivi ventiquattro ore al giorno, trecentosessantacinque giorni l’anno, e che richiedono un enorme quantitativo di energia per funzionare, e un quantitativo ancora maggiore per essere raffreddati.

Nel 2018, l’artista e ricercatrice Joana Moll ha realizzato il progetto ‘CO2GLE’, un’installazione web che misura in tempo reale la quantità di CO2 emessa ogni secondo da Google. Nel settore IT, Internet da solo sarebbe responsabile di circa la metà delle emissioni, e Google, il sito più visitato del mondo, genererebbe qualcosa come mezza tonnellata di CO2 al secondo. Date un’occhiata al progetto CO2GLE qui, (sapendo però che cliccando il link sarete responsabili della produzione di 0,037 grammi di CO2!)

Con l’aumentare delle prestazioni delle apparecchiature, aumenta lo scambio di dati (e grazie al progetto di Joana Moll sappiamo che 1 GB richiede 13 kWh per essere trasmesso, l’equivalente di 7 kg di CO2). Inoltre, oggi sono sempre più diffusi elettrodomestici e altri oggetti che fanno uso di dati (Internet of Things, smart objects), non solo computer e cellulari.

Se da un lato il settore dell’IT ha portato indubbi benefici all’ambiente, riducendo ad esempio il consumo della carta per tutte quelle pratiche che sono state dematerializzate, dall’altra rappresenta una sfida che non possiamo ignorare. I servizi digitali sono ormai irrinunciabili e i consumi sono destinati a crescere sempre di più (Google ha acquistato in Danimarca una proprietà grande come dieci campi da calcio per realizzare un enorme data center europeo da 600 milioni di euro). Da parte delle aziende leader di settore si registrano numerosi iniziative per la riduzione delle emissioni, dall’utilizzo di energia da fonti rinnovabili, alla compensazione tramite piantumazione di alberi e al riciclo dell’usato: è fondamentale vigilare affinché siano azioni effettivamente concrete e non operazioni di ‘greenwashing’ (ecologismo di facciata portato avanti per mezzo di campagne di comunicazione ingannevoli). A maggior ragione perché in molti casi queste aziende sfruttano meccanismi fiscali di favore per godere di una tassazione assai vantaggiosa (ne abbiamo parlato in vari articoli, ad esempio Produrre valore ed estrarre valore e Il lato oscuro della fiscalità in Europa).

In caso contrario ci troveremmo davanti all’ennesimo caso nel quale un numero relativamente ristretto di società private realizza profitti enormi producendo effetti negativi per l’ambiente, effetti che però ricadono sulla comunità intera.