La domus scomparsa di villa Negroni

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Uno scavo - Thomas Jones
Uno scavo - Thomas Jones

La città è Roma, e il tempo è quello del Grand Tour, allo scorcio del Settecento.
Il luogo è villa Montalto Negroni, fondata tra Viminale e Esquilino da papa Sisto V Peretti duecento anni prima. Il suo immenso parco alternava brani di giardino a macchie boscose. I cipressi e i pini di villa Negroni erano un soggetto amato dai pittori di paesaggio, impegnati a studiare effetti di luce e composizioni di motivi vegetali da campionare e assemblare poi nelle grandi tele che avrebbero dipinto in studio.

Una delle testimonianze più straordinarie di quella stagione in cui l’Italia fu palestra intellettuale e creativa di giovani artisti provenienti da tutta Europa è il diario che un pittore di paesaggio nato in Galles, Thomas Jones, tenne durante il suo soggiorno italiano. Partito da Londra scommettendo sul proprio talento, Jones aveva attraversato le Alpi nel 1776. Leggere in parallelo le pagine del suo memoriale, piene di ammirato stupore davanti alle rovine di Roma e alla campagna, tanto maestose da superare, dal vivo, le immagini dipinte che aveva conosciuto in patria, e gli schizzi su cui i segmenti di quel paesaggio diventano forma e colore, è un’esperienza di rara intensità.

Nel mese di giugno 1777, il ministro del re di Spagna don José Nicolas de Azara scoprì per caso i resti di una domus romana sotto gli alberi e i prati di villa Negroni.
L’entusiasmo per quel ritrovamento che poneva Roma sulla scia di Pompei – di cui molto si immaginava ma poco ancora si sapeva – fu immenso.
Sulle pareti della domus, popolata di statue, pitture finissime raccontavano l’amore di Venere e Adone, in un’atmosfera di lusso, piacere e incanto.

Attirato dall’eccezionalità del ritrovamento, il 5 luglio 1777 Thomas Jones visitò gli scavi. Così raccontano l’incursione le note del suo diario: “Sono stato con [Henry] Tresham a villa Negroni, per vedere le stanze scoperte da poco mentre si scavava in cerca di mattoni antichi. I fregi ornamentali sembravano di gusto cinese: ci sono figure di Cupidi che fanno il bagno, ecc. dipinte a fresco sull’intonaco. I rossi, i porpora, i blu e i gialli sono molto vividi, ma l’effetto generale era scuro e pesante.”

Lo schizzo che Jones eseguì a olio su carta in quell’occasione (oggi alla Tate Gallery di Londra) racconta in parallelo la tranquillità del parco, con le cortine degli alberi, il profilo di Sant’Eusebio sullo sfondo, e la voragine da cui riemergeva il passato. Nell’angolo sinistro, la sagoma scura di un osservatore provvisto di bastone si riverbera nella figura di un gentiluomo che, appollaiato in piena luce sopra lo scavo, indica le stanze coperte di pitture. Al centro discutono fra loro alcuni signori in tricorno, mentre gli operai rimuovono terra e detriti. In alto, il cielo impassibile si immagina riempito dal frinire delle cicale. È un piccolo capolavoro, freschissimo e informale, dove la pittura a olio esalta il corpo e la presenza delle cose.

L’epilogo della vicenda che aveva provocato tanta eccitazione era però dietro l’angolo. Come informa ancora il diario di Jones, lo stesso pittore Henry Tresham che era stato con lui alla villa aveva già “acquistato per 50 corone i dipinti”, con l’intenzione di farli staccare dalle pareti per venderli a un famoso collezionista irlandese. E qui il filo della storia si interrompe perché, dopo lo strappo, delle Veneri provenienti da Villa Negroni non si seppe più nulla. Intorno al 1860 la stessa villa Negroni scomparve per far posto alla stazione Termini: ci piace pensare all’oscurità silenziosa di ciò che resta della domus sotto il caos della città.