Comportamenti esasperanti

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Busto di Costanza Bonarelli
Busto di Costanza Bonarelli

Il busto di Costanza Bonarelli è un capolavoro unico, per molti versi lontano dal quel 1636 circa che ne vide l’ideazione.
Costanza era l’amante di Gian Lorenzo Bernini.

Moglie di Matteo Bonarelli, un aiutante dello scultore, aveva ventidue anni quando conobbe Gian Lorenzo che veleggiava verso i quaranta, scapolo e famosissimo.
Cosa fu quella passione, e quanto Bernini fosse – come scrisse poi il figlio – “fieramente innamorato” di Costanza, lo racconta in ogni dettaglio il busto oggi al Museo del Bargello di Firenze.
Il marmo, costoso e faticosissimo, era prerogativa delle raffigurazioni ufficiali. Era riservato a re, principi e pontefici. Si concedeva alle signore di rango nei ritratti funerari, a esaltare una virtù resa immortale dalla pietra.
Il caso di Costanza invece fa storia a sé.
Nessuna commissione diede impulso al lavoro. Il busto era per Bernini un’opera privata. Costanza era ben viva, presente e vicina.
L’opera cattura l’atteggiarsi di un istante, il movimento degli occhi e la parola sciolta a fior di labbra, mentre una ciocca sfugge allo chignon. La camicia scopre la morbidezza della pelle e il tepore del respiro.
Così sarà apparsa Costanza sulla porta di casa in un’alba romana livida e deserta.
Dopo qualche anno di passione, Gian Lorenzo aveva saputo di un nuovo legame nella vita di lei. L’uomo che frequentava, in segreto, la sua amante era Luigi Bernini, fratello dello scultore. Con l’animo in subbuglio, Gian Lorenzo era uscito di casa quando fuori era buio e si era appostato sotto l’abitazione della giovane.
Alle prime luci del giorno, Luigi lasciò la casa di Costanza.
Gian Lorenzo lo seguì e lo raggiunse, battendolo con una spranga nonostante il fratello si fosse rifugiato in Santa Maria Maggiore, nel parapiglia dei chierici. Si possono immaginare il clamore, le grida e gli echi sotto le volte altissime, lo sforzo di riparare il fuggitivo dall’aggressore che voleva ucciderlo sull’altare come San Matteo nella tela di Caravaggio, ma senza promesse di pace e beatitudine.
Intanto, un servitore di Gian Lorenzo bussava alla porta di Costanza con un dono.
La ragazza non fece forse nemmeno in tempo a sorridere. La lama di un rasoio le incise la curva delle guance con la volontà di devastarle il volto, di toglierle per sempre la bellezza, sfregiandola in nome di un possesso frustrato.
La madre dei due Bernini, sconvolta dal tentato fratricidio, supplicò il cardinale Barberini di aiutarla perché Gian Lorenzo era fuori controllo, convinto d’essere “il padron del mondo”. La risposta giunse da Urbano VIII in persona. Azzerando torti e ragioni, affermò che Gian Lorenzo era un dono divino, che portava luce al secolo e gloria a Roma.
Tanto bastava.
Nella biografia del padre, Domenico Bernini sottolineava come Gian Lorenzo, pur essendo “in parte colpevole” nella vicenda di Costanza, ne avesse riportato “ancora il vanto di essere dichiarato un grand’huomo, e eccellente nell’Arte.”
L’epilogo vide Luigi in esilio, il servo in carcere e Costanza condannata per adulterio.
Per Gian Lorenzo venne disposta una sanzione, poi condonata a patto che prendesse moglie. A proposito dei comportamenti esasperanti.
A proposito dei contesti sottili che giustificano la violenza.