Come la pandemia ha cambiato le città

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Periferia
Periferia

Il Covid-19 ha mutato il panorama cittadino, colpendo soprattutto i quartieri centrali per quanto riguarda l’immobiliare e i lavoratori non specializzati sotto il profilo dell’occupazione.

Nel 2018, l’Onu diffondeva una stima secondo la quale entro il 2050 i due terzi circa della popolazione mondiale si sarebbero concentrati in metropoli caratterizzate da affollate aree centrali e vaste periferie. La tendenza “urbanocentrica” ha rappresentato uno dei principali traini dell’economia negli ultimi decenni, e in particolare il cuore delle grandi capitali del mondo ha visto un costante incremento nei posti di lavoro e nella retribuzione (ad esempio, nel 2019, lavorare nella City di Londra significava guadagnare in media tre volte tanto rispetto alle periferie e alla provincia).

La pandemia sembra aver cambiato questo scenario. Sono impresse nella mente di tutti le immagini della primavera del 2020, le strade deserte, le saracinesche abbassate, i mezzi pubblici vuoti, il trasporto privato ridotto al minimo. Ci sono stati veri e propri esodi, dettati principalmente dalla paura del contagio e dalla chiusura delle attività. Questa “fuga dalle città” veniva considerata una tendenza temporanea, ma ci accorgiamo oggi che in molti casi si è trasformata in una situazione definitiva. Pur con un miglioramento della lotta alla pandemia e una ripresa anche se non fortissima del turismo, i centri delle metropoli non sono più affollati come prima.

“The Economist” ha svolto uno studio sui flussi della mobilità, scoprendo che nelle città prese come campione (che vanno dagli Stati Uniti al Regno Unito, dalla Francia al Canada e al Giappone, a riprova del fatto che si tratta di un fenomeno globale), l’attività nelle grandi aree urbane è rimasta più bassa rispetto alla provincia. A San Francisco solo un impiegato su cinque è tornato al lavoro in ufficio, mentre a Toronto le prenotazioni nei ristoranti sono crollate del 9%, a fronte di una crescita generale nel paese dell’8%. Il mercato immobiliare è tornato a crescere e i prezzi sono saliti insieme alle compravendite, ma più nelle aree esterne (specialmente nelle periferie) che nei centri. L’effetto prodotto dalla paura del contagio è ancora presente, ma oggi, rispetto a dodici/diciotto mesi fa, influisce anche un altro fattore: lo smart working.

Uno studio della NBER, un istituto statunitense di ricerche in campo economico, mostra come le città con una densità maggiore di popolazione siano caratterizzate da un’importante presenza di lavoratori specializzati, i quali, nella maggior parte dei casi, hanno cominciato a lavorare da remoto, sottraendo quindi le loro spese alle attività economiche e ai servizi che dipendevano da esse. Al contrario, i lavoratori non specializzati (pensiamo a chi è impiegato nei settori della ristorazione, dell’alberghiero, dei servizi alla persona, del commercio al dettaglio, etc.) non potevano di certo svolgere la loro occupazione da remoto e hanno ricevuto un doppio colpo: i lockdown li hanno privati del reddito, e in più si sono trovati a vivere nelle grandi città che dove la vita ha mediamente un costo maggiore.

Gli economisti temono, sul lungo periodo, che le disuguaglianze tra queste due fasce aumentino ulteriormente. Da una parte i lavoratori specializzati, che svolgendo la propria attività da casa risparmiano come abbiamo sottolineato le spese derivanti dagli spostamenti, dai pasti, etc., e dall’altra i meno qualificati, la cui occupabilità dipende in sostanza dal primo gruppo. Sarebbe auspicabile, da parte del governo, un intervento in chiave redistributiva, o agendo sulla leva fiscale a vantaggio dei lavoratori poco specializzati, oppure – la questione è attualmente al centro del dibattito – riportando in ufficio i lavoratori “high skill”.

Un secondo timore è invece in stretta correlazione con l’innovazione. Da sempre nella storia dell’uomo il progresso culturale e scientifico si è potuto evolvere grazie all’esistenza di centri di aggregazione che rendevano possibili confronti e scambi di idee: basti pensare alle polis greche, alle città rinascimentali italiane, per arrivare alla Silicon Valley californiana (dove hanno sede aziende come Amazon, Apple, Facebook, Google, Microsoft, Tesla).

In una società fatta di lavoro a distanza e di restrizioni negli spostamenti e nelle possibilità d’incontro, è sicuramente più complicato stabilire contatti, assorbire e trasmettere conoscenze. La difficoltà, se non l’impossibilità di organizzare fiere, saloni e congressi dove gli esperti di settore possono presentare i propri prodotti, o dove i ricercatori possono esporre il risultato del proprio lavoro, potrebbe dunque costituire una forte limitazione allo sviluppo e all’innovazione.

È sicuramente prematuro esprimere giudizi riguardo a una situazione in costante evoluzione. Il vaccino (gli ultimi dati dell’ISS ne certificano ancora una volta l’efficacia) sta permettendo ad alcuni paesi di risollevarsi, tra cui l’Italia (nella nota di agosto, l’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha dichiarato che “nel 2021, la crescita dell’economia italiana potrebbe risultare largamente superiore alle previsioni di qualche mese fa arrivando a sfiorare il 6%; nella prima metà del prossimo anno il nostro Paese potrebbe recuperare i livelli di attività pre COVID-19”). Il quadro generale resta tuttavia asimmetrico, con le nazioni in via di sviluppo ancora molto indietro.

La pandemia ha lasciato molti vuoti nel tessuto urbano (soprattutto centrale) delle città, ma se le stime verranno confermate, la ripresa ci sarà: diventerà allora fondamentale saperla cogliere, sfruttando al meglio i finanziamenti che arriveranno con il Pnrr, per rendere i nostri centri di nuovo un’attrazione internazionale, coniugando l’arte e la storia con l’innovazione e la sostenibilità.