Il Reddito di Cittadinanza, come potrebbe essere

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Reddito di Cittadinanza
Reddito di Cittadinanza

Da quando è stato istituito nel 2019, l’RdC si è rivelato un utile strumento nella lotta alla povertà, ma non è stato altrettanto efficace nell’avvicinare i percettori al mercato del lavoro.

Periodicamente, spesso per effetto di polemiche strumentali con finalità propagandistico-elettorali, il Reddito di Cittadinanza finisce sul banco degli imputati: l’accusa è quella di essere un incentivo a starsene a casa invece di lavorare, o, nei casi peggiori, quella di creare fenomeni opportunistici da parte di chi lo percepisce e intanto lavora in nero.

Secondo i dati della Corte dei Conti (Relazione sul rendiconto generale dello Stato, pag. 162), al 10 febbraio 2021 solo 152.673 persone sui 1.050.000 milioni che avevano sottoscritto il Patto per il lavoro hanno effettivamente trovato un impiego. Una quota molto bassa che sancisce il sostanziale fallimento della cosiddetta “Fase 2” del programma, riguardante appunto l’inserimento nel mercato del lavoro. In ogni caso, la Corte sottolinea “l’importanza del ruolo dell’RdC quale strumento universale di lotta contro la povertà nonché la funzione essenziale da esso svolta nella crisi [causata dalla pandemia, NdR]”.

I “furbetti” dell’RdC non sono un fenomeno unicamente italiano, ma si trovano in tutti quei paesi che si avvalgono di strumenti simili. La differenza sta nelle azioni messe in atto per contrastarlo: nel Regno Unito, ad esempio, esiste un sistema di tutela unico (che racchiude i nostri RdC, l’indennità di accompagnamento, il Naspi, etc.) e già questo elemento semplifica di molto la situazione. È più facilmente riconoscibile e accessibile, comporta un carico minore di burocrazia, è in grado di rispondere con maggiore celerità alle esigenze degli utenti, rende più rapidi e mirati gli accertamenti. In Italia il tema della semplificazione della Pubblica Amministrazione è sempre attuale e urgente: prendere come esempio il sistema britannico e accorpare le misure di sostegno costituirebbe un vantaggio sia in termini organizzativi, sia in termini di livello di soddisfazione degli utenti.

Nel Regno Unito inoltre, e questa caratteristica è stata introdotta ormai dagli anni ‘80, il beneficiario non sottoscrive un “patto di servizio” (che, come ha certificato la Corte dei Conti, rimane spesso un atto formale senza conseguenze pratiche), ma una “dichiarazione di intenti”: la differenza è netta in quanto è il beneficiario a rivestire il ruolo attivo nella ricerca del lavoro; dovrà anche dar prova di questa attività, presentando al “work coach” tutta la documentazione a sostegno.

Da noi, invece, sono i centri per l’impiego ad avere l’onere di trovare le proposte di lavoro e di sottoporle ai beneficiari dell’RdC, con la conseguenza che uffici spesso con personale e mezzi insufficienti devono far fronte a una platea molto ampia di utenti. Va da sé che i tempi si allungano e lo stato di disoccupazione si protrae per mesi e mesi.

Tornando a come il sussidio è gestito nel Regno Unito, scopriamo che i percettori sono soggetti a regole più stringenti rispetto alle nostre per quanto riguarda la partecipazione a seminari e corsi di formazione, e che la loro attività di ricerca del lavoro deve essere svolta anche presso i centri per l’impiego, elementi di controllo che vanno a ridurre di molto il fenomeno del sommerso. A completare la cornice, è prevista tutta una serie di avvertimenti e sanzioni volti a ridurre i comportamenti opportunistici.

Il tema delle sanzioni è in realtà delicato, in quanto i soggetti meno “appetibili” per il mercato del lavoro e che dunque riscontrano difficoltà oggettive nel trovare un impiego o anche semplicemente nel ricevere proposte, rischiano di essere ulteriormente penalizzati da tali provvedimenti. Il fatto di ricevere sanzioni per situazioni a volte indipendenti dalla propria volontà impatta negativamente sulla salute mentale degli utenti, potenzialmente spingendoli verso un atteggiamento di “resistenza passiva” oppure di supina accettazione di qualsiasi offerta lavorativa, scelta che però viene percepita come degradante.

Sarebbe dunque auspicabile un sistema equilibrato, teso sia al contrasto del fenomeno opportunistico, sia a una maggiore attenzione nei confronti dei soggetti che per vari motivi hanno difficoltà ad accedere in modo pieno e dignitoso al mercato del lavoro. Anche da noi potrebbe essere utile spostare l’onere della ricerca sugli utenti (ovviamente avendo approntato in precedenza gli strumenti necessari) per renderli parte attiva del processo, affidando il controllo ai referenti dei centri per l’impiego. Inoltre sarebbe opportuno accompagnare al regime sanzionatorio un più efficace e inclusivo programma di reinserimento sociale.