I Musei Capitolini: cosa racconta una collezione

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Johann Heinrich Füssli
Johann Heinrich Füssli

Il piede e la mano colossali di Costantino segnano due assi cartesiani che incastonano la silhouette dell’artista. Ogni uomo in ogni tempo può leggere se stesso in quella figura che copre il volto in un parossismo di commozione davanti all’immensità del passato di Roma.

Il pittore svizzero Johann Heinrich Füssli realizzò il disegno, oggi alla Kunsthaus di Zurigo, dove è catalogato sotto il titolo La disperazione dell’artista davanti alla grandezza delle rovine antiche, durante il suo soggiorno italiano, tra 1778 e 1779. Più di ogni altro, quel foglio condensa ciò che la favolosa raccolta capitolina ha significato attraverso i secoli: il mito di un passato tanto immenso da suscitare emulazione e sconforto, identificazione e la ferita irreparabile della perdita.
Le opere al Palazzo dei Conservatori costituivano una galleria prima di tutto interiore, che definiva – per i romani e per il mondo – desideri e frustrazioni nel rapporto con l’antichità: le antenne finissime di Füssli intuirono il valore psicologico di quel panorama di rovine, fissato nel foglio di Zurigo.

Poco dopo, le armate napoleoniche infierirono sulla collezione capitolina asportando alcune delle opere che, già dal Medioevo, avevano presentato al mondo il paradigma di una bellezza perfetta, raggiunta dagli antichi e poi sempre inseguita. Tra queste il celebre Spinario. Quel ragazzo “nudatus sedens”, che veniva mostrato con orgoglio agli ospiti e agli ambasciatori in visita, si era fatto linfa dell’arte italiana, manifestandosi nella formella di Brunelleschi per il concorso fiorentino del 1401 e poi nelle membra levigate del David di Donatello. Ogni opera, ogni frammento dei Musei Capitolini dicono una storia che abbraccia Roma e la scavalca, perché costituiscono l’anima di un’intera tradizione culturale.

Senza temere di esagerare, il Palazzo dei Conservatori si può annoverare – così com’è – tra i luoghi che più hanno costruito e nutrito il nostro mondo. Per questo non è immaginabile proporre, come è stato fatto, di smontarne la collezione, diluendone il contenuto e rimontandolo all’interno di una ricostruzione univoca. Le opere dei Musei Capitolini rispondono alle mille declinazioni dell’antico, al labirinto dei sentimenti e delle associazioni che esso ha suscitato attraverso il tempo.

Occorrono piuttosto pensiero, attenzione e soprattutto investimenti per far sì che le storie e i significati di ognuna delle opere capitoline e della collezione nel suo complesso raggiungano non soltanto i turisti ma la società, restituendole un tratto essenziale del suo passato e del suo esistere.
Occorrono spazi e voci per questa narrazione, di per sé più potente di ogni ologramma e di qualsiasi installazione.
Sarebbe soprattutto necessario immaginare quale possa essere il modello di turismo da adottare non soltanto a Roma, ma in un Paese che custodisce capolavori assoluti a Fontanellato, a Volterra e ad Altomonte.

Servono, insomma, una visione lunga, e la tensione a comprendere il senso di ciò che il tempo ha depositato sul Campidoglio, come si ascolta una parola che dice ancora molto di noi.