L’impossibile “museo unico” della Roma antica

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I Musei Capitolini, Roma
I Musei Capitolini, Roma

La proposta di Carlo Calenda di crearlo ai Musei Capitolini non tiene conto né della normativa in materia di tutela dei beni culturali, né della storia delle collezioni della Città Eterna.

Qualche giorno fa, il candidato sindaco e leader di Azione Carlo Calenda ha avanzato una proposta che ha fatto molto discutere il mondo accademico e non solo: la creazione, presso i Musei Capitolini, di un polo unico della Roma antica. Accorpando le collezioni sparse nelle varie sedi della città, Calenda vorrebbe creare qualcosa di simile al Louvre di Parigi o al British Museum di Londra (esplicitamente presi come esempio). Al momento, ha dichiarato, i Musei Capitolini “mettono insieme tante cose differenti senza spiegarle a chi visita le collezioni”, collezioni che sono conservate in “sale affastellate che non fanno comprendere la storia della città”. Insomma, visitando i Musei Capitolini e i vicini Fori Imperiali, i turisti, secondo Calenda, non troverebbero né l’omogeneità né le spiegazioni che invece dovrebbero ricevere.

Sembrerebbe una proposta condivisibile, basata sulla logica, ma in realtà cozza contro elementi formali e sostanziali non da poco, come spiegano in questo articolo del Post le autorevoli voci del professor Marcello Barbanera, docente di archeologia classica alla Sapienza, e della professoressa Ilaria Miarelli Mariani, insegnante di museologia all’università di Chieti. Innanzitutto, delle collezioni della Roma antica presenti in città – pensiamo ad esempio a Palazzo Altemps, alla Crypta Balbi, a Palazzo Massimo e alla Centrale Montemartini – alcune sono di proprietà del comune, mentre altre fanno capo allo Stato, e già per questo solo motivo non sarebbe affatto facile accorparle. Inoltre, le collezioni permanenti sono tutelate dal Codice Civile e dal Codice dei Beni Culturali e non è possibile smembrarle se non in presenza di circostanze eccezionali. È la legge stessa, insomma, a tutelare l’integrità di quelle raccolte che Calenda vorrebbe fare e disfare.

Ma c’è un’altra motivazione per la quale la proposta del leader di Azione è stata accolta con scetticismo, e riguarda la collocazione materiale delle opere. I Musei Capitolini, ad esempio, sono stati creati nel 1471 da Papa Sisto IV e conservano non solo testimonianze della Roma antica, ma anche statue e quadri di epoche successive e di valore incalcolabile come la “Buona ventura” di Caravaggio. Inoltre, quelli Capitolini vengono considerati il primo museo al mondo ad aver concepito un catalogo e un allestimento già nel 1734. Una parte di tale sistemazione è rimasta la stessa di allora: diventa quindi evidente che il museo del quale stiamo parlando non è una semplice serie di sale e corridoi, ma è un’opera d’arte esso stesso, una preziosa testimonianza di come veniva considerata e interpretata la cultura nei secoli passati. I Musei Capitolini: cosa racconta una collezione di Eleonora Onghi illustra magistralmente cosa rappresenta questo tesoro unico.

È vero, il patrimonio artistico di Roma è disperso in mille sedi, ma ciò dipende dalla storia stessa della Città Eterna, una stratificazione secolare che vede nell’azione delle grandi famiglie nobili romane il principale impulso alla creazione delle collezioni che sono giunte fino a noi. Oltre alle opere, sono le dimore stesse a raccontare la storia di come si sono formate le raccolte, del gusto delle famiglie, dell’idea che esse avevano delle opere e della modalità con cui esporle. Sarebbe dunque un imperdonabile “delitto artistico” scomporre questi tesori (e comunque è proibito dalla normativa sulla tutela dei beni artistici).

Infine, la concezione del “grande museo contenitore” evocata da Calenda è ormai superata a favore di un sistema museale “diffuso” che arricchisca il tessuto urbano invece di depauperarlo concentrando tutto in un unico polo (con intorno il deserto). Piuttosto che avanzare proposte difficilmente realizzabili, occorrerebbe invece intervenire sugli ostacoli che non permettono una piena fruibilità dei tesori conservati nei musei e nei palazzi romani.

Pensiamo innanzitutto al trasporto pubblico, che versa in condizioni a dir poco disastrose, da sole capaci di scoraggiare anche il turista più volenteroso, e in secondo luogo alla comunicazione: al di là dei luoghi più noti, Roma è densa di sedi più piccole (ma solo fisicamente, non certo per importanza storica e artistica) che sono praticamente deserte per il semplice fatto che non sono adeguatamente promosse e conosciute. Ripartire da questi elementi significherebbe valorizzare come meriterebbe il patrimonio unico della città, rendendolo pienamente fruibile per i turisti ma anche per i romani, in una cornice di assoluto rispetto per la sua storia millenaria.