Afghanistan, il fallimento dell’Occidente

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Kabul, Afghanistan
Kabul, Afghanistan

Mentre il paese è tornato in mano talebana, si teme per una catastrofe umanitaria che vede a rischio soprattutto le donne.

Dieci giorni per prendere il paese, poche ore per prendere la capitale, Kabul. Incontrando pochissima resistenza. Mentre le nazioni della coalizione occidentale stanno evacuando le ambasciate e il presidente afghano Ashraf Ghani è fuggito in Uzbekistan, i talebani si apprestano a proclamare la nascita dell’Emirato Islamico di Afghanistan. Assicurano che non ci saranno vendette, ma Kabul è paralizzata da lunghe code di macchine verso l’aeroporto (dove sono state viste persone correre lungo le piste nel disperato tentativo di salire sugli aerei in partenza) e in uscita dalla città. Per oggi 16 agosto è prevista la riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

La guerra in Afghanistan, nata come reazione agli attentati dell’11 settembre 2001, ha attraversato numerose fasi, ben riassunte in questo articolo di Rainews. Il presidente statunitense Joe Biden ha difeso la scelta americana di ritirare le truppe nel ventesimo anniversario dell’operazione ‘Enduring freedom’. “Un anno o cinque anni in più di presenza militare Usa non avrebbe fatto la differenza se l’esercito afghano non può o non vuole tenere il suo Paese” ha dichiarato. “In vent’anni l’America ha mandato i suoi uomini e le sue donne migliori, investito quasi 1000 miliardi di dollari, addestrato oltre 300mila soldati e poliziotti afghani, equipaggiandoli con attrezzature all’avanguardia e mantenendo la loro aviazione nella guerra più lunga della storia americana”.

Tuttavia, e lo dimostra la reazione praticamente assente delle truppe governative davanti all’avanzata dei talebani, le risorse profuse dagli americani e dai loro alleati non sono servite a raggiungere l’obiettivo prefissato, quello di creare una forza militare in grado di reggersi sulle proprie gambe. Tra corruzione e sprechi, l’esercito afghano era tale solo negli annunci: appena venuto meno l’appoggio occidentale, si è scoperta la disastrosa realtà. Per l’Italia, la missione è costata complessivamente 8,7 miliardi di euro (come ricorda questo articolo di Milex, l’Osservatorio sulle spese militari italiane), per non parlare del lato più tragico rappresentato dai caduti e dai feriti.

Saranno le donne afghane, che negli ultimi vent’anni avevano ricominciato a godere di diritti prima negati, a pagare un prezzo molto alto per il ritorno all’applicazione più integralista della legge islamica. Non potranno studiare né lavorare, potranno circolare solo con il burqa e solo se accompagnate da un parente maschio maggiorenne. Ma queste, paradossalmente, sembrano le conseguenze meno gravi. Pare infatti che sia stato ordinato di fare un censimento di tutte le donne non sposate tra i 12 e i 45 anni: l’intenzione dei talebani sembrerebbe quella di considerarle alla stregua di “bottino di guerra” e di darle in matrimonio ai propri combattenti.

Molte donne sono scappate dalle loro case per evitare questa orribile sorte e gli appelli per l’apertura di canali umanitari per accoglierle e proteggerle si stanno moltiplicando. Nella disastrosa gestione della ritirata dal paese, sarebbe auspicabile che le potenze occidentali dimostrino di tenere ai diritti e alla sicurezza delle donne afghane non soltanto a parole ma anche nei fatti, e mettano in atto tutte le misure possibili per evitare quello che è stato evocato come un vero e proprio ritorno al medioevo.

Nella sua ventennale presenza in Afghanistan, l’occidente ha fallito sotto ogni punto di vista. Sul piano politico, non riuscendo a costruire le condizioni perché le istituzioni del paese acquisissero sufficiente solidità per durare anche dopo la fine dell’impegno militare degli Usa e dei suoi alleati; sul piano economico, con un esborso economico enorme che di fatto non ha mutato il panorama del 2001; infine sul piano umanitario, lasciando larga parte della popolazione, e specialmente quella più vulnerabile, le donne, esposta all’oscurantismo di un regime d’ispirazione fondamentalista.

Illuminanti le parole di Gino Strada, che conosceva fin troppo bene la difficilissima realtà dell’Afghanistan, in questa intervista a Presa Diretta.