Le tre giornate di Genova

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Scuola Diaz, G8 Genova
Scuola Diaz, G8 Genova

Vent’anni dopo, i fatti di Genova rimangono una pagina buia e irrisolta dalla nostra storia: da una parte la condanna per la violazione dei diritti umani, dall’altra gli avanzamenti di carriera di chi è stato giudicato responsabile delle mattanze alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto.

Dal 19 al 21 luglio 2001 Genova è stata al centro dell’attenzione internazionale per due motivi, per le decisioni prese negli incontri nell’ambito del G8 e per le manifestazioni dei movimenti no global, che contestavano il modello di sviluppo economico imposto dalla globalizzazione. In quei giorni si sono verificati alcuni degli episodi più gravi e violenti della storia recente del nostro paese. Bastano un paio di nomi a rievocare l’indignazione e lo sconcerto per quanto accaduto nella democratica Italia: la scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto.

Una tragedia annunciata. Un anno prima, nel 2000, frange violente si erano infiltrate nelle proteste a Seattle in occasione del vertice mondiale del commercio. Era del tutto prevedibile che anche a Genova sarebbero arrivati i Black Bloc, ma chi doveva occuparsi dell’ordine pubblico non ha intercettato e isolato la minaccia. In questo modo, migliaia di ragazzi animati dalle migliori intenzioni – manifestare pacificamente il proprio dissenso – si sono trovati coinvolti in scenari da guerriglia urbana che sono sfociati nella morte di Carlo Giuliani in piazza Alimonda.

Le immagini trasmesse dalle televisioni di tutto il mondo hanno mostrato da una parte le devastazioni innescate dai Black Bloc contro la polizia ma anche contro i negozi di lusso e le banche, e dall’altra le forze dell’ordine stesse, del tutto impreparate rispetto alla piega presa dagli eventi. Reagirono come peggio non si poteva, con l’assalto alla scuola Diaz, adibita a dormitorio per i manifestanti e centro di coordinamento del Genoa Social Forum che riuniva le varie sigle del movimento no global. E dopo il raid alla Diaz, è arrivata la caserma di Bolzaneto.

Le testimonianze di chi ha subito le violenze ma anche quelle di agenti e medici che hanno deciso di collaborare alle indagini sono sfociate in oltre 40 richieste di rinvio a giudizio con accuse pesanti: abuso d’ufficio, abuso d’autorità su arrestati, violenza privata, lesioni personali, percosse, ingiurie, minacce e falso ideologico. I fermati venivano sottoposti a violenze fisiche e verbali, veniva negato loro il diritto di contattare parenti e consolati se stranieri, non ricevevano cure mediche se le chiedevano, non potevano neanche andare in bagno. Questa situazione in stile “dittatura militare sudamericana” ha portato a molte condanne e alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2017, che ha confermato la violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani che vieta la tortura e i trattamenti inumani e degradanti. Queste pronunce non hanno tuttavia impedito che alcuni dei poliziotti responsabili venissero promossi, provocando lo sconcerto di Amnesty International.

A Bolzaneto sono passati, in quei giorni, personalità importanti come l’allora ministro della Giustizia Roberto Castelli e il magistrato Alfonso Sabella. Mentre Gianfranco Fini, leader di Alleanza Nazionale e vice Presidente del Consiglio del governo presieduto da Silvio Berlusconi, era presente a Forte San Giuliano, l’altro carcere provvisorio dove venivano portati i fermati. Nessuno vide niente, lo stabiliscono anche le varie archiviazioni che ci sono state, ma sicuramente la presenza di così importanti membri delle istituzioni in luoghi dove sono stati violati i più elementari diritti umani rappresenta una sconfitta totale dello Stato e di chi lo rappresentava in quel momento. Una pagina oscura che ha mostrato la fragilità della democrazia allorquando i suoi valori non vengono ferreamente difesi. I ministri degli Esteri di mezza Europa contattavano in quelle giornate il loro omologo italiano, cercando di sapere qualcosa delle ragazze e dei ragazzi andati a Genova e spariti nel nulla al punto che le famiglie non ne sapevano niente da giorni.

In un suo editoriale, il direttore de L’Espresso Marco Damilano ha definito il G8 di Genova “un Sessantotto accelerato, durato 48 ore”, aggiungendo che la repressione determinò “il riflusso di chi aveva allora venti o trent’anni e che non ha più voluto sapere di un’impresa collettiva dopo l’incontro con la politica e con le istituzioni violento e bugiardo. Genova è anche questo: l’occasione perduta, la fine dell’impegno, la voragine. Il buco nero in cui è precipitato tutto.”

Raramente le cose sono o bianche o nere, soprattutto in vicende complesse come quella di Genova. Il movimento no global non è finito nel luglio 2001, ma ha continuato a produrre mobilitazione e lotte sociali importanti, senza tuttavia riuscire a scalfire la traiettoria sulla quale erano lanciate le maggiori potenze mondiali: una globalizzazione di stampo liberista che negli ultimi vent’anni ha prodotto fortissime disuguaglianze sociali ed economiche.