Carcere, una riforma che non può più attendere

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Il “centesimo catenaccio del Brigadiere Cafiero Pasquale” e i diritti degli “infamoni, briganti, papponi, cornuti e lacchè…”

Continua la divulgazione di nuovi video sui momenti di terrore vissuti dai detenuti del carcere “Francesco Uccella” di Santa Maria di Capua Vetere la sera del 6 Aprile 2020.

Un plauso all’iniziativa della Procura della Repubblica, che ha manifestato l’intenzione di aprire un fascicolo, al momento contro ignoti, per la divulgazione illecita del materiale video, tuttora coperto dal segreto istruttorio. Ci si auspica che tale azione costituisca un precedente di cui tenere conto anche per altri futuri casi in cui i soggetti indagati non siano solo Agenti o uomini dello Stato, ma anche privati cittadini o amministratori pubblici.

Ma a proposito di quelle immagini, non si può che concordare con la Ministra Cartabia che, condannando quanto accaduto, ha parlato senza mezzi termini di violazione della Costituzione.

Il GIP che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 54 Agenti (su 114 indagati, di cui altri 22 sospesi dalle loro funzioni) ha definito quella “mattanza” una vera e propria “spedizione punitiva di rappresaglia”, dove si è dato sfogo ai più “beceri istinti criminali”, fino al compimento di atti di sadismo vero e proprio.

Fatti gravissimi per un paese democratico, qualificati al momento dagli stessi inquirenti come torture pluriaggravate, maltrattamenti pluriaggravati, lesioni personali pluriaggravate, falsi in atto pubblico, calunnie, favoreggiamento personale, frodi processuali e depistaggi.

Tra gli orrori oggi addebitati in sede di indagini a questi uomini dello Stato, colpiscono in particolare le (presunte) sevizie commesse in danno di un detenuto di origine extracomunitaria e la morte di un altro detenuto immigrato, che sembrerebbe essere stato privato di cure e medicine dopo le violenze subite.  

Ripugna anche l’accusa di confezionamento di prove false, al fine di depistare le indagini e allontanare dagli indagati il sospetto di aver armato una vera a propria azione punitiva. Comunicazione di notizie false ai medici, foto scattate dopo i fatti dagli stessi indagati di pentolini con olio bollente e spranghe di ferro da addebitare alle vittime per precostituirsi delle attenuanti, manipolazione di video, tutte condotte che lasciano sgomenti se si pensa che a commetterle sarebbero stati uomini a cui è affidata la tutela dei cittadini.  

Ovviamente anche in questo caso vale per tutti gli indagati la presunzione di innocenza ed ogni accusa   andrà verificata davanti ad un Giudice. Pur tuttavia, video e chat sono elementi già acquisiti agli atti che lasciano poco spazio alla fantasia sui fatti accaduti. 

Se è vero che nelle indagini risulta ricompresa tutta la catena di comando del settore penitenziario campano, dagli Agenti al provveditore delle carceri della Regione, occorrerà però nello specifico attribuire ad ogni indagato le singole condotte e distinguere tra loro chi ha eseguito, chi ha dato il comando e chi ha coperto, fino a chiarire anche se e quale ruolo abbiano rivestito in tutta la vicenda l’allora capo del DAP Basentini e il Ministro della Giustizia Bonafede. Sarà importante comprendere se, quando e in che misura fossero stati informati di quanto avvenuto all’interno dell’istituto di pena.

Ma il dato che maggiormente preoccupa e che dovrebbe stimolare un pronto e deciso intervento riformatore di Governo e Parlamento è che i fatti di Santa Maria di Capua Vetere non sembrano essere un caso isolato. Attualmente nove procure indagano su violenze consumatesi all’interno delle carceri sui detenuti tra il Luglio 2019 e l’Aprile 2020 e complessivamente oggi sono 16 le inchieste aperte per torture, lesioni, pestaggi a carico di agenti. Recentissima risulta la condanna in primo grado di dieci agenti per il reato di tortura inflitto ai detenuti del carcere toscano di San Gimignano.

Tuttavia anche su questo tema, nonostante l’evidenza lampante della problematica, tra le forze dell’attuale maggioranza si registrano atteggiamenti opposti. Se il segretario del Pd Enrico Letta è stato netto nel rilevare la gravità di quanto tutti noi abbiamo rilevato nei video trasmessi dalle tv,  nel ricordare che lo Stato di diritto vige per tutti e che meno che mai tali condotte possono avere cittadinanza in un paese democratico da parte di chi dovrebbe servire lo stato con onore e lealtà, al contrario Salvini, insieme con  Meloni, per mesi si è schierato senza se e senza ma accanto agli agenti della polizia penitenziaria, facendo proprie quelle stesse argomentazioni delle loro difese che oggi risultano grossolanamente franate alla luce delle attuali risultanze dell’inchiesta. Una Lega che si distingue ancora una volta dal resto delle forze di governo e dalla linea della Ministra Cartabia perseguendo il proprio concetto di garantismo a corrente alternata, un garantismo di classe e di censo, che vuole i ricchi e potenti indenni e al sicuro ed i miserabili e gli ultimi della catena sociale sbattuti “in cella a marcire”, dove non possono certamente pensare di fare la bella vita e dove qualche schiaffo se lo meritano pure.

E allora oggi ci si deve chiedere quanto questa deriva espressa dal Carroccio (ma anche da FDI) abbia contribuito, durante il governo giallo/verde, insieme con il perseverante giustizialismo populista del “buttiamo la chiave” di Bonafede, a legittimare e/o rafforzare, anche indirettamente, simili condotte.

Punto di partenza di queste posizioni è il particolare concetto di “repressione” che si ritiene debba essere applicato dentro le carceri, in modo prevalente su quello della “rieducazione”: il detenuto è ritenuto un soggetto intrinsecamente portatore di violenza (anche quando risulti condannato per fatti non violenti) e, dunque, va represso e sottomesso aprioristicamente al controllore con lo strumento della violenza opposta e contraria, per “far capire chi comanda”.

Si tratta di quello stesso concetto di ordine pubblico che punta sullo stato di afflizione psicologica e fisica del detenuto, ovvero di chi, sbagliando e non essendosi adeguato al sistema delle regole condivise e al rispetto dei diritti degli altri, deve necessariamente subire la negazione dei medesimi diritti. Un concetto di Stato vendicatore che, al contempo, utilizzerebbe sui detenuti gli stessi strumenti criminali.

Assistiamo in questo senso ad una vera e propria involuzione culturale, che da tempo si è impossessata di ampi settori del Paese e la cui pancia viene cavalcata da alcune forze politiche per trarne facile consenso,  se è vero che da un sondaggio effettuato solo pochi mesi è emerso che il 37% degli italiani risolverebbe la punizione per certi delitti con la pena di morte, un dato in preoccupante crescita nonostante il nostro Paese risulti ultimo in Europa per numero di omicidi e, dunque, sotto questo profilo, il più sicuro.

Si tratta di concezioni ed atteggiamenti che si pongono in totale antitesi con i nostri principi costituzionali di recupero e reinserimento del detenuto, fino a renderli impossibili, in quanto determinano un innalzamento del livello di aggressività all’interno agli istituti di pena, innescando rapporti di tensione tra custodi e detenuti che sfociano in violenza diretta.

Quanto accaduto nel carcere di Santa Maria di Capua Vetere non può essere qualificato come una eccezionale giornata di follia. Sussiste invece il timore, anche alla luce della quantità dei procedimenti in corso, che si tratti di una concezione pressoché sistemica, di un metodo frequentemente replicato e tollerato, dello strumento prescelto per il contenimento della popolazione carceraria.

Ovviamente non si tratta di muovere un’accusa indistinta all’intero corpo della Polizia Penitenziaria e ai quasi 40 mila agenti impiegati in questa delicata mansione, ma nemmeno può tradursi in una difesa a priori di tutti.

La dimensione del problema suggerisce considerazioni ben più approfondite dal mero concetto di estirpazione delle “poche mele marce”.

Ricordiamo che le proteste nelle carceri nei giorni dell’esplosione della pandemia da Covid19 sono state determinate dalla paura del diffondersi dei contagi all’interno degli istituti, in una situazione di sovraffollamento dove era (ed è tuttora) impossibile misurare un distanziamento sociale preventivo; in una condizione di degrado ed abbandono, dove c’era la carenza di strumenti di protezione personale, a partire dalle mascherine e dove l’isolamento per chi veniva contagiato risultava impossibile.

A questo si accompagnava un peggioramento dello stato di afflizione, determinato dall’interruzione dei colloqui con l’esterno ed in particolare con i familiari, momenti essenziali in un sistema carcerario come il nostro, da cui tutto il tema dell’affettività del detenuto è fortemente bandito, nonostante nella gran parte dei paesi europei (Francia, Spagna, Germania, Olanda, Svizzera, Finlandia, Norvegia, Svezia, Russia fino alla Croazia e all’Albania), ai detenuti sia consentito di trascorrere momenti privati ed intimi con i propri familiari anche all’esterno. Un diritto nel nostro Paese negato dal prevalere degli atteggiamenti populisti e forcaioli degli ultimi anni in punto di esecuzione della pena, rispetto ai quali le forze di sinistra non sono riuscite a contrapporre con decisione la cultura di quello spirito garantista che era stato alla base della riforma dell’Ordinamento penitenziario degli anni ’70 o della legge Simeone/Saraceni.

Ebbene, in quei momenti di emergenza Covid19,  in cui anche i parlamentari del Partito Democratico   combattevano ogni giorno contro le barricate alzate da Bonafede per chiedere, al contrario, di applicare misure deflattive serie e concrete per ridurre la popolazione carceraria al fine di sventare l’epidemia intramuraria, gli istituti di pena erano diventati per il Ministro della Giustizia i luoghi dove nascondere tutto il male del mondo, anche attraverso le rassicurazioni più o meno esplicite rivolte dallo stesso all’esterno che i detenuti sarebbero stati tutelati solamente dopo gli altri cittadini, come se la privazione della libertà fosse motivo di perdita della tutela di ogni altro diritto, primo tra tutti quello  fondamentale della salute e come se la Corte europea non stesse infliggendo all’Italia da più di dieci anni condanne per la violazione dei diritti dei reclusi.

Il tema del sovraffollamento che affligge il nostro sistema carcerario, secondo in Europa solo dopo quello della Turchia, è divenuto cronico e le sue criticità si sono manifestate nella loro interezza proprio durante l’emergenza pandemica.

Gli interventi di allentamento  della pressione sui nostri istituti di pena sono ormai ben noti a tutti e sarebbero semplici da individuare, a cominciare da un più attento utilizzo e quindi da una riduzione di un uso indiscriminato della custodia cautelare in carcere, che fa sì che un terzo della popolazione detenuta sia in attesa di giudizio, e quindi, come tale, impedita nell’accesso ai benefici e alle attività previste dall’Ordinamento penitenziario e che lo Stato ogni anno si trovi a risarcire almeno mille domande per ingiusta detenzione.

Altro punto di criticità su cui occorrerebbe intervenire quanto prima in maniera alternativa alla detenzione in carcere riguarda i condannati per reati di droga, che equivalgono anche essi a quasi un terzo dei detenuti e che non dovrebbero nemmeno transitare per il carcere, ma necessiterebbero di percorsi trattamentali individuali, finalizzati ad interventi di carattere sanitario ed al reinserimento sociale ed economico.   

Ancora, bisognerebbe evitare in assoluto la reclusione in carcere dei condannati ad una pena detentiva fino a tre anni, che attualmente sono il 23,5% dei detenuti, di cui il 3,8% ad una pena inferiore a 1 anno. Anche in questo caso occorre riaffermare un profondo mutamento culturale della percezione delle misure alternative alla detenzione, da alcuni ritenute sanzioni non sufficientemente afflittive. La pena detentiva deve essere relegata a strumento sussidiario, riservata come extrema ratio esclusivamente alle sole forme più gravi di pericolosità sociale.

Peraltro nel nostro paese dal 2010 il numero di reati commessi è in costante diminuzione, ma le condanne definitive che irrogano pene superiori a 3 anni di reclusione costituiscono invece il 76,5%, ben superiore al 57,7% della media europea, tanto che la nostra Corte costituzionale ha dovuto richiamare il legislatore affinché compisse, in relazione ai delitti contro il patrimonio, una «valutazione, complessiva e comparativa, dei beni giuridici tutelati dal diritto penale e del livello di protezione loro assicurato», in quanto la «pressione punitiva attualmente esercitata [..] è ormai diventata estremamente rilevante» (sent. 190/2020). 

Il risultato è che oggi abbiamo meno reati commessi, ma più detenuti in carcere e per più lungo tempo!

Alla luce di questi dati, è ovvio che il primo passo debba essere culturale, al fine di superare le riforme di matrice populista che in questi anni si sono caratterizzate per la proliferazione di nuove figure di reati e per l’innalzamento delle pene detentive, sull’erroneo presupposto di creare sicurezza attraverso il sistema Giustizia e al solo fine di soddisfare un’opinione pubblica affamata di vendetta, per andare invece in due direzioni: meno detenzione in carcere e maggiore applicazione delle attività trattamentali. 

Solo da qui passa il miglioramento delle condizioni dei detenuti in vista di un reinserimento effettivo che riduca al minimo le recidive e costituisca un elemento tranquillizzante anche ai fini della maggiore sicurezza della collettività.

Ma, per tornare anche all’attualità dei fatti, il nostro corpo di polizia penitenziaria non è preparato a tutto questo.

Attualmente meno del 2% è destinato all’attività rieducativa, a fronte di una media europea del 3,3%. Infatti soltanto 788 agenti su 38 mila, ossia uno ogni 77 detenuti, sono impiegati alla funzione trattamentale di recupero e reinserimento dei detenuti.

Si tenga conto che un agente di polizia penitenziaria percepisce una media di circa 1.350 € netti al mese, inferiore del 13% alla retribuzione mensile media in Italia. Manca ogni forma di selezione approfondita e di formazione specifica.

Organici, equipaggiamenti, modello custodiale, gestione dei detenuti infermi di mente, sicurezza e salubrità dei luoghi di lavoro, architettura del Corpo sono solo alcune delle tematiche che devono essere pragmaticamente affrontate senza subire nuovi rinvii dal Governo. È necessaria, altresì, una seria riforma dei corpi di sicurezza, estirpando le pulsioni autoritarie con una formazione capillare 

Di fronte all’obbligo costituzionale secondo cui spetta alla Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana (artt. 2 e 3, Cost.), non è tollerabile che l’attività trattamentale e di recupero ricada quasi integralmente sulle spalle delle associazioni di volontari che ogni giorno si recano negli istituti di pena.

Occorre ripensare anche alla diversificazione delle strutture, superando il tradizionale e vetusto modello di carcere, fino ad arrivare a concepire dei veri e propri istituti di recupero, con percorsi individualizzati in particolare per i condannati alle pene brevi o per quei reati che non destino particolare allarme sociale o che siano stati commessi perché legati a specifiche condizioni sociali, economiche o di disagio psico-fisico dei loro autori.

Si tratta di concepire degli istituti inseriti all’interno delle città, facilmente raggiungibili da familiari ed operatori e da cui quotidianamente i detenuti possano recarsi con facilità sui loro posti di studio o di lavoro, con progressivo reinserimento nella vita della polis.     

Al contrario, un modello di carcere violento, come quello che sta emergendo in questi giorni dalle carte processuali inerenti i fatti di Santa Maria di Capua Vetere o delle altre carceri moltiplica i crimini e peggiora la sicurezza e la vita negli istituti.  

Ricordiamo che il tasso di suicidi ogni diecimila abitanti è dell’8,7 tra i detenuti, mentre risulta pari allo 0,64% tra le persone libere; e gran parte di quella percentuale riguarda detenuti in attesa di giudizio.   

Una reazione legata al malessere che deriva dall’essere sottoposti non solo alla privazione della libertà personale, ma alle preoccupanti condizioni di vita all’interno degli istituti penitenziari, che rendono la sanzione detentiva un trattamento inumano e degradante.

Tristemente bisogna riconoscere che da Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi poco o nulla è cambiato nei nostri istituti penitenziari, dove persistono angoli di territorio da cui regole e diritti vengono estromessi e che somigliano a quelli di regimi non democratici.

Appare urgente la necessità di creare un sistema di esecuzione penale esterna che sia «una autonoma ed efficace risposta sanzionatoria informata ai principi di individualizzazione, di responsabilizzazione e di progressivo reinserimento del reo nel contesto sociale di riferimento».

Un sistema rieducativo che abbia come obiettivo non quello del buon detenuto, ma che sia diretto a formare il buon cittadino.

Oggi con gli stanziamenti di risorse che provengono dal piano Next Generation EU dell’Unione europea e la contestuale presenza al Ministero della Giustizia della professoressa Cartabia, estremamente sensibile alle problematiche della detenzione, è necessario che tutti lavorino dentro e fuori al Parlamento affinché si creino quanto prima le condizioni per una rivoluzione dell’universo penitenziario italiano.