Tassazione minima globale: svolta per chi?

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Big Tech
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Potrebbe presto diventare realtà l’impegno preso al G7 di imporre un’aliquota minima globale sui profitti delle multinazionali, ma la riforma presenta più di qualche ombra.

Svolta storica? 130 paesi dell’OCSE che rappresentano oltre il 90% del Pil mondiale hanno firmato un impegno che prevede l’introduzione di un’aliquota minima globale sui profitti delle multinazionali pari al 15%. L’obiettivo dichiarato della riforma è da una parte scoraggiare il ricorso ai vantaggi garantiti dai paradisi fiscali, ossia una tassazione irrisoria se non del tutto assente, e dall’altra far sì che almeno una porzione dei guadagni delle grandi aziende internazionali rimanga laddove sono stati generati.

Siamo dunque davanti a quel cambiamento di passo invocato da molti per riequilibrare un sistema fiscale che troppo spesso privilegia i grandi a scapito dei piccoli? Sembrerebbe di no. Va ricordato innanzitutto che non tutte le nazioni hanno sottoscritto l’accordo, e tra queste alcune sono europee: l’Irlanda, l’Estonia e l’Ungheria. Va ricordato inoltre che, inizialmente, l’aliquota minima globale doveva essere del 21%, ma che via via si è ridotta fino all’attuale 15%, non molto distante dal 12,5% praticato dalla non firmataria Irlanda. La media nei paesi OCSE è del 25%: una differenza importante, che continuerebbe ad avvantaggiare le multinazionali come ricordato da influenti economisti quali Thomas Piketty, Gabriel Zucman e Richard Murphy. Entrando più nel dettaglio, a essere sottoposte al prelievo saranno quelle aziende che hanno un margine di profitto superiore al 10%, e solo il 20% dei guadagni che eccedono questo 10% saranno effettivamente tassati nei paesi dove sono stati realizzati. Quest’architettura piuttosto complicata in realtà si tradurrebbe, secondo alcuni analisti, in un ulteriore sconto.

La digital tax. La nuova tassazione andrebbe infatti a sostituire la digital tax: un dettaglio non da poco, anzi. Paesi come l’Italia, la Francia e la Gran Bretagna hanno introdotto piuttosto di recente questa imposta per costringere i giganti del digitale a versare qualcosa nelle rispettive casse pubbliche. Secondo una simulazione di TaxWatch relativa alla Gran Bretagna, con l’impegno appena sottoscritto, multinazionali come Amazon, Google e Facebook pagherebbero addirittura di meno di quanto fanno oggi. Janet Yellen, la segretaria al Tesoro americano, ha definito quella della firma “una giornata storica”: sicuramente lo è stata per gli Usa i quali, con la prospettiva dell’abolizione delle digital tax e con i paletti relativi ai profitti riportati poco sopra, hanno avuto ampio successo nella tutela dei propri colossi economici nazionali.

La ciliegina sulla torta è rappresentata dal fatto che la City di Londra, centro della finanza britannica e internazionale che gode già di privilegi giuridici e fiscali, sarebbe esentata dalle norme dell’accordo. Il timore è che in questo modo paradisi fiscali come le isole Cayman, le Bermuda e le Isole Vergini, che erano stati cacciati dalla porta, possano rientrare dalla finestra: si tratta infatti di territori un tempo parte dell’Impero coloniale inglese che conservano tutt’oggi stretti legami con l’ex madre patria.

C’è ancora un tempo da giocare. Per il 9 e 10 luglio è previsto un vertice del G20 e l’accordo potrebbe essere oggetto di ulteriori contrattazioni. Al termine del G7 di giugno, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha assicurato che “l’Unione europea non intende tornare indietro sulla tassazione dei gruppi digitali”, e il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha affermato che “spetta agli Stati membri valutare la strada da percorrere per quanto riguarda le imposte digitali nazionali.” Se queste dichiarazioni rimarranno tali o si tradurranno in una modifica concreta dell’impegno, lo vedremo ben presto. Intanto una cosa sembra pronosticabile: mentre gli Usa si presenteranno al tavolo della discussione determinati a difendere i loro giganti ‘Big Tech’, l’Ue, e non sarebbe la prima volta, rischia di arrivare già spaccata a causa degli interessi di alcuni singoli paesi.