Il cortocircuito del lavoro in Italia

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Lavoratore
Lavoratore

La pandemia ha aggravato i molti problemi preesistenti del mercato del lavoro nel nostro paese, che potranno essere risolti solo rivoluzionando le politiche economiche e dell’occupazione.

Da una parte ci sono gli imprenditori, che lamentano di non trovare lavoratori, dall’altra ci sono invece coloro che un impiego lo cercano, in larga parte giovani under 35, che denunciano di ricevere proposte con turni disumani e salari da fame. E in mezzo c’è il Reddito di Cittadinanza, nato per fornire un sostegno economico ma anche per incrociare domanda e offerta di lavoro: mentre il primo scopo lo raggiunge (anzi, è stato importante per molte famiglie in un periodo devastante come questo della pandemia), riguardo al secondo è assolutamente carente.

Dal 28 giugno, tutta l’Italia è in zona bianca, si possono togliere le mascherine all’aperto (quando non ci sono situazioni di assembramento), da qualche settimana gli esercizi commerciali, i bar e i ristoranti sono tornati a operare a un regime discreto e ci sono buone prospettive per il turismo. Nel momento in cui sembra che davvero l’Italia stia per ripartire, ecco che un cortocircuito tra domanda di lavoro, disoccupazione e sussidi statali rischia di bloccare tutto.

Un’inchiesta tra la Romagna e la Toscana condotta da Il Fatto Quotidiano ha evidenziato certe pratiche dei datori di lavoro (non tutti, ma dai riscontri ottenuti, sembrerebbero piuttosto diffuse), i quali chiedono ai dipendenti di svolgere turni massacranti a fronte di una paga irrisoria, istruendoli su cosa dire in caso di controlli. Dodici ore al giorno, sette giorni su sette con pagamento parte in busta e parte fuori busta: questo è solo uno degli esempi riportati dall’inchiesta. Per i datori di lavoro, la poca disponibilità di manodopera sarebbe da imputare all’RdC: “la gente preferisce stare a casa piuttosto che lavorare”. La Repubblica Italiana è sì fondata sul lavoro, ma qui ci troveremmo di fronte a condizioni di semi-schiavitù.

Davanti a uno scenario del genere, il portavoce dell’Unione dei Giovani di Sinistra Mario Moretti si pone questa domanda: “se un giovane o un disoccupato preferisce il reddito di cittadinanza a un lavoro senza diritti e con salario da fame, dovremmo colpevolizzarlo perché rivendica condizioni di vita dignitose?” E conclude: “Preferiamo ricevere un sussidio, piuttosto che essere sfruttati”.

I numeri dell’RdC. A causa della pandemia, le persone che si trovano in condizioni di povertà assoluta sono cresciute drammaticamente. I potenziali beneficiari della misura hanno visto un incremento del 20%, percentuale destinata ad aumentare in considerazione della fine del blocco dei licenziamenti. Nell’ultima legge di bilancio e nel decreto “Sostegni”, l’RdC è stato finanziato con ulteriori 5 miliardi, e da qui al 2029 la cifra potrebbe raggiungere i 40. L’ultimo rapporto dell’Inps, aggiornato allo scorso maggio, rivela un incremento tendenziale del 16% dei nuclei beneficiari: in tutto 1,18 milioni con assegni medi di 583 euro, ai quali vanno sommati i 125mila percettori di pensione di cittadinanza (importo medio di 263 euro) che fanno salire le famiglie con sussidio a quota 1,3 milioni per un totale di 2,9 milioni di soggetti coinvolti.

La povertà è un fenomeno multidimensionale, che include nella maggior parte dei casi persone inadatte all’impiego per motivi psicologici, sociologici, fisici, familiari, etc. In altre parole, si tratta spesso di persone poco abili al lavoro. Da questo punto di vista, l’errore è stato commesso nel momento in cui si è voluto fare dell’RdC, che comunque resta un importante mezzo di contrasto alla povertà, anche uno strumento occupazionale che, a due anni dall’introduzione, non ha raggiunto gli effetti sperati.

In questo labirinto apparentemente senza via d’uscita, i giovani, magari con una laurea in tasca, non trovano sbocchi adatti alla loro professionalità e si sentono sfruttati; i datori di lavoro (ripetiamolo: non tutti, fortunatamente) si avvantaggiano di un sistema normativo e di controlli che purtroppo lascia spazio ad abusi; le misure di sussidio vedono una platea sempre più ampia e quindi un peso finanziario sempre maggiore per le casse dello Stato; infine, gli strumenti per trovare lavoro a chi non ce l’ha evidenziano gravi carenze. Ovunque si guardi, non si vedono che vicoli ciechi. Il premier Mario Draghi ha riservato ai giovani un posto di primo piano nel suo discorso al Parlamento. Sono i custodi del futuro e chi oggi guida il paese dovrebbe assicurare loro condizioni di impiego quantomeno dignitose. Tuttavia, è tra queste parole e la realtà che si evidenzia la distanza tra i palazzi del potere e gli uffici, le fabbriche, i campi: tutti quei posti di lavoro dove appare sempre più difficile la difesa dei diritti dei lavoratori.

Per cambiare l’Italia non basterà la pioggia di miliardi del Pnrr, e nemmeno quei provvedimenti tampone che lì per lì consentono di “metterci una pezza”, ma che alla lunga rischiano di aggravare la situazione. Se il governo Draghi vuole mantenere la sua parola nei confronti dei giovani, se vuole consegnare alle prossime generazioni un paese ricco di possibilità che premi il merito anziché le posizioni “di rendita”, dovrà ripensare dalla base molte dinamiche, in primis quelle del lavoro.