Transizione ecologica? Sì, ma con il gas (che inquina tantissimo)

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Energia e transizione ecologica
Energia e transizione ecologica

La tutela dell’ambiente può aspettare, al momento l’importante è la salvaguardia degli interessi delle grandi aziende energetiche.

Abbattimento della CO2: il senso della transizione ecologica è sostanzialmente questo, ridurre (e ci auguriamo cancellare del tutto) le emissioni che stanno alterando il clima della Terra, mettendo a rischio la sicurezza e la salute di ogni singolo ecosistema. La conversione dei mezzi di produzione, trasporto e stoccaggio delle fonti energetiche è quindi condizione fondamentale e irrinunciabile per raggiungere l’obiettivo. Al G7 tenutosi tra l’11 e il 13 giugno, i leader hanno riaffermato il proprio impegno rispetto all’accordo di Parigi e hanno dichiarato di voler aumentare i target di riduzione previsti per il 2030, mantenendo l’orizzonte del 2050 come termine ultimo per l’azzeramento delle emissioni nette.

Al di là degli annunci, non sembra esserci alcuna fretta. E a essere tutelati, ancora una volta, sembrano i colossi energetici, non l’ambiente. In Italia sta succedendo proprio questo. A maggio, l’inviato statunitense per il clima John Kerry ha cominciato il suo tour europeo proprio da noi. Incredibilmente (ma nemmeno troppo, considerate le numerose dichiarazioni del ministro che convergono tutte in questa direzione), il titolare del Ministero della Transizione Ecologica Roberto Cingolani, per illustrare come il nostro paese sta affrontando l’impegno, gli ha mostrato la mappa dei gasdotti realizzati e quelli ancora da realizzare. In cambio ha ricevuto una severa critica. Kerry ha infatti ricordato come una delle principali componenti del gas fossile sia il metano, il quale avrebbe un effetto climalterante ottanta volte più potente della CO2. Puntare sul gas significa continuare a produrre emissioni nocive, né più né meno. Inoltre, un recente report dell’Agenzia Internazionale dell’Energia ha ribadito la necessità di non fare più ricorso ai combustibili fossili.

Ma, come ricordato, in Italia stiamo puntando proprio sul gas. Temi quali l’idrogeno (una tecnologia che presenta molte problematiche, a partire dalla sua produzione realizzata proprio con quel gas che si dovrebbe combattere, per arrivare ai suoi esorbitanti costi di trasporto) e lo stoccaggio della CO2 nei giacimenti esauriti (anche questa una soluzione costosissima e dai dubbi risultati) sembrano argomentazioni messe in campo per prendere tempo e fare un po’ di ‘greenwashing’ per coprire il vero problema: le grandi aziende energetiche sono in forte ritardo rispetto alla transizione ecologica, avendo investito, negli ultimi anni, in impianti e tecnologie di origine fossile.

L’Italia, una decina di anni fa, ci ha provato sul serio a diventare più ‘green’. Con gli incentivi legati al Pacchetto per il clima e l’energia 2020 dell’Unione Europea, nel Belpaese sono stati installati impianti con una capacità sommata pari a 11GW nel solo 2011. L’anno scorso, i GW installati sono stati appena lo 0,8. Questo perché gli amministratori della cosa pubblica non hanno saputo gestire il meccanismo degli incentivi (che dovevano essere abbassati gradualmente), con il risultato che il mercato delle rinnovabili è stato preso d’assalto dagli speculatori interessati solamente a ottenere le sovvenzioni, mentre gli investitori seri se ne sono tenuti alla larga. Il problema permane tutt’oggi, con procedimenti farraginosi e autorizzazioni che possono arrivare anche dopo svariati anni, scoraggiando quindi la volontà d’investimento.

Uno degli interventi attesi da parte del governo Draghi è proprio questo: abbattere la burocrazia e superare lo spezzettamento di norme e competenze che hanno paralizzato il settore negli ultimi anni. Ma è altrettanto importante comprendere una volta per tutte che sul tema delle energie occorre schierarsi fermamente dalla parte delle rinnovabili. Invece, al momento, sembra che le risorse del Pnrr (che sono in parte a fondo perduto, ma in parte anche a prestito, un prestito che dovremo restituire) saranno destinate a tutelare i grandi gruppi energetici. E non solo: pensiamo ad esempio al settore dell’automobile, che in Italia soffrirebbe terribilmente perché anch’esso in forte ritardo sul fronte della mobilità elettrica. È bene ricordare che queste aziende, per i propri interessi o per poca lungimiranza, o più probabilmente per un mix dei due elementi, non hanno scelto di investire su modelli sostenibili, privilegiando invece strategie per loro più sicure e redditizie. E il fatto che tali strategie contribuiscano al surriscaldamento del pianeta con tutti i pericoli connessi appare del tutto secondario.