Ti piacerebbe pagare solo il 15% di tasse?

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G7
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Puoi, ma solo se sei una multinazionale con sede in un paradiso fiscale. Quello che doveva essere il primo passo verso una vera equità fiscale si sta rivelando l’ennesimo inchino ai potenti.

Una tassa minima globale per le multinazionali al 15% è, per l’economista francese Thomas Piketty, semplicemente vergognosa. Al momento c’è stato solo un annuncio da parte dei paesi del G7, bisognerà vedere cosa si riuscirà a fare concretamente. Ma, al di là di questo, sta passando l’idea che i potenti pagheranno meno rispetto agli altri. “Dare alle multinazionali il privilegio di pagare il 15% di tasse”, ha dichiarato Piketty intervenendo al Festival dell’Economia di Trento, “significa riconoscere loro il diritto di pagare meno di quanto non debbano fare le piccole e medie imprese, come del resto la maggior parte delle persone e la classe media.”

“Piacerebbe anche a me pagare appena il 15% di tasse, ma se tutti lo facessimo”, ha continuato l’autore de ‘Il capitale nel XXI secolo’, “non sarebbe possibile avere trasporti, scuole e sanità pubblica. A finanziare queste cose rimane ancora una volta il ceto medio, mentre a chi può permettersi sedi distaccate in paradisi fiscali facciamo lo sconto.” Mentre questo accordo preliminare è stato celebrato come una rivoluzione nel senso dell’equità e della giustizia sociale dai rappresentanti delle nazioni del G7, la sostanza appare ben diversa. Innanzitutto perché la proposta iniziale di un’aliquota al 21% è stata rivista al ribasso per andare incontro alle richieste degli Stati membri dell’Ue che riservano un trattamento di favore alle multinazionali (Cipro, Irlanda, Lussemburgo e Olanda). Questo ‘sconto’ porta l’aliquota poco sopra a quella irlandese (che è al 12,5%), e comunque resta assai più bassa dell’Ires mediamente versata dalle Pmi italiane. Inoltre, secondo l’Osservatorio europeo sulla tassazione, il centro di ricerca recentemente istituito col compito di analizzare le problematiche fiscali dell’Unione, con il 15% l’Ue incasserebbe circa 50 miliardi di euro (2,7 per l’Italia), mentre con il 25%, una proposta ritenuta più equa e adeguata, il gettito fiscale aumenterebbe di 170 miliardi (all’Italia ne andrebbero 11,1). Una differenza non da poco.

Ma c’è dell’altro. Infatti la tassa minima globale verrebbe applicata solo alle società con margini superiori al 10% e soltanto sul 20% dei profitti che eccedono tale soglia. Non a caso, Amazon si è definita molto contenta dei risultati del negoziato del G7. Analizzando l’accordo, sottolinea The Guardian in questo articolo, organizzazioni internazionali che si occupano di equità fiscale si sono accorte che il colosso di Seattle potrebbe non avere ripercussioni grazie al meccanismo menzionato poco sopra: stando ai dati del 2020, infatti, i profitti della multinazionale guidata da Jeff Bezos si fermerebbero al 6,3% (per circa 20 miliardi di dollari), quindi al di sotto della soglia tassabile del 10%. E non fa testo il fatto che l’azienda abbia registrato nell’ultimo anno un volume di vendite stratosferico (382 miliardi di dollari) e che, soltanto in Italia, abbia oltre 10.000 dipendenti e 40 tra magazzini e centri logistici. Secondo questo articolo di Wired, le imposte pagate da Amazon nel nostro paese ammonterebbero a soltanto 11 milioni di euro su un giro d’affari di 4,5 miliardi di dollari.

L’amministrazione di Joe Biden ha certamente avuto il merito di sbloccare una trattativa fino a oggi rimasta ferma proprio a causa dell’opposizione di Washington. È necessario però sottolineare come l’accordo raggiunto favorisca soprattutto gli Usa senza penalizzare eccessivamente le multinazionali statunitensi, che pagherebbero qualcosa in più in patria e che all’estero passerebbero sostanzialmente indenni alla prova di questa intesa, tutt’altro che severa nei loro confronti. Biden ha inoltre chiesto la rimozione delle web tax istituite in autonomia da alcuni paesi, tra i quali l’Italia, e per ‘rafforzare’ questa richiesta, ha introdotto nuovi dazi sulle merci nostrane (sospesi per sei mesi).

È disarmante constatare quanto potere abbiano nelle loro mani società come Amazon, Facebook e Google. Gli Stati Uniti, anche se guidati da un presidente più disponibile al dialogo, difficilmente andranno a ledere gli interessi di questi giganti che rappresentano una fetta sostanziale dell’economia della nazione. Da parte sua, l’Ue probabilmente continuerà a fare particolare attenzione a non scontentare gli Stati membri che applicano norme favorevoli alle ‘big corporate’, anche considerato il fatto che, nel Consiglio, le decisioni in materia fiscale vengono prese all’unanimità.

Sembra dunque che i privilegi dei potenti siano stati di nuovo attentamente salvaguardati, mentre il diritto a operare in un quadro di fiscalità equa delle PMI e in generale del ceto medio, una parte così importante non solo del tessuto economico ma anche di quello sociale, sia stato accantonato ancora una volta.