Il profitto, l’unico idolo

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Funivia
Funivia

I recenti casi di cronaca sono sintomatici di un modo spregiudicato di fare impresa e sono frutto di una mentalità che vede nel profitto un obiettivo da raggiungere costi quel che costi.

La tragedia della funivia del Mottarone, la morte di Luana D’Orazio, l’operaia ventiduenne di Prato, i braccianti sikh di Latina drogati perché lavorassero di più, i fanghi tossici utilizzati per concimare i campi tra Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna. Sono solo gli ultimi fatti di cui si è occupata la cronaca, ma andando a scavare nel passato, o nell’informazione a livello locale, si possono trovare altri mille avvenimenti simili, tutti accomunati dal comportamento criminale di coloro che, consapevolmente, hanno posto in essere le condizioni che hanno determinato questi episodi drammatici. Con buona pace dei diritti e delle garanzie di sicurezza dei lavoratori (e di chi usufruisce del bene o del servizio in questione).

Come ha scritto Franco Failli in questo articolo su Il Fatto Quotidiano, c’è una guerra in atto, generata e costantemente stimolata dal modello economico sul quale si basa la nostra società, il capitalismo (o neocapitalismo, o in qualsiasi altro modo lo si voglia chiamare). Un modello fondato su una utopica crescita infinita e sull’aumento costante dei profitti a scapito degli ambiti dai quali solitamente si va a estrarre questo valore: la legalità, il lavoro e l’ambiente.

Per avere un margine sui concorrenti si evadono le tasse, si abbassano gli standard della sicurezza, si fa il nero, si esercitano pressioni o si corrompono funzionari della Pubblica Amministrazione, magistrati e politici, si riduce la manodopera a schiavitù. Il tutto in nome del profitto, perché tale è la mentalità che ci ha inculcato questo sistema economico che premia il risultato (l’accumulo e l’accentramento della ricchezza) senza badare al come. Dalle grandi multinazionali, che sfruttano i paradisi fiscali e una legislazione fiscale favorevole (spesso approvata col ruolo determinante dei lobbisti), alle piccole imprese locali, tutti cercano questo margine, dando quasi per scontato che non vi siano altri modi per ottenerlo se non quelli ricordati sopra.

Per cambiare veramente le cose e scongiurare altre tragedie come quelle menzionate, occorrerebbe recuperare una dimensione etica e sociale del lavoro e dell’impresa. Da questo punto di vista è stata importante la reazione dei sindacati e delle associazioni antimafia di fronte all’ipotesi, inizialmente proposta dal governo Draghi e poi scartata, di introdurre la possibilità del massimo ribasso e il subappalto libero nelle gare. Sarebbe stato come spalancare le porte alla criminalità organizzata e a tutti coloro che speculano diminuendo le tutele del lavoro.

L’attuale esecutivo è nato anche e soprattutto per compiere le riforme che il paese attende da decenni, e tra queste vi è certamente la lotta alla burocratizzazione e alla proliferazione incontrollata di norme e regolamenti. La soluzione non può essere però il “liberi tutti”. Il meccanismo sembra studiato di proposito: l’eccessiva farraginosità porta a una situazione di sostanziale immobilità; a quel punto si invocano le procedure speciali, i commissari straordinari col potere di agire in deroga, strumenti come le autocertificazioni, il silenzio-assenso e via dicendo. Metodiche che, in un clima condiviso di etica e di rispetto delle regole, potrebbero essere senz’altro utili; ma che, nella condizione presente, nella quale la mentalità predatoria del “forzare la mano” sembra essere diffusa a ogni livello, rischiano soltanto di provocare l’ennesima catastrofe destinata a finire in prima pagina.