Decarbonizzazione: impegno reale o escamotage?

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Foresta
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Un recente rapporto diffuso da Greenpeace pone più di un dubbio sui piani di decarbonizzazione presentati dalle grandi aziende energetiche.

Decarbonizzazione. Il termine, che ormai conosciamo tutti, indica il processo di progressiva riduzione dell’inquinamento ambientale legato all’utilizzo delle fonti fossili. Eppure le maggiori compagnie del petrolio e del gas scrivono nero su bianco nei loro piani industriali che continueranno a estrarre e utilizzare queste fonti altamente inquinanti che rappresentano la principale causa del surriscaldamento globale.

Net-zero. Com’è possibile dichiarare da una parte l’intenzione di decarbonizzare la propria attività e dall’altra proseguire con la solita produzione? Grazie a un altro trucco semantico: il ‘net-zero’, ossia il meccanismo di compensazione secondo il quale l’ammontare delle emissioni generate verrebbe compensato, nei bilanci energetici, da emissioni evitate altrove o dall’immagazzinamento di anidride carbonica sottratta dall’atmosfera. Ma è davvero tutto così semplice?

Le foreste e gli impianti CSS. Gli strumenti per ottenere il net-zero sono principalmente due: l’azione di salvaguardia delle foreste e la realizzazione di impianti di CSS, ossia di cattura e di stoccaggio di anidride carbonica. Riguardo alla prima, le aziende dichiarano di salvare dalla deforestazione una certa area boschiva che assorbe un determinato quantitativo di CO2,andando poi a compensare le proprie emissioni con tale quantitativo. Il problema è che la quantificazione di questo assorbimento non può che essere una stima molto generica, poiché tale elemento varia in base a molti fattori (la tipologia delle piante, la loro età, eccetera). Inoltre, le valutazioni vengono presentate in base a studi finanziati dalle aziende stesse, con un conflitto di interessi non da poco. Questo meccanismo compensativo genera un altro problema: l’accaparramento delle foreste da parte delle compagnie che ne hanno bisogno per avere gli agognati “crediti di carbonio” (veri e propri “permessi a inquinare”) necessari a compensare le emissioni, con gravi conseguenze sulle popolazioni locali che spesso sono le uniche che combattono concretamente per la salvaguardia del patrimonio boschivo.

Riguardo invece gli impianti di cattura e stoccaggio di anidride carbonica, si tratta per lo più di siti estrattivi esauriti nei quali la CO2 viene pompata dopo essere stata compressa fino allo stato liquido. Tuttavia, questo sistema di immagazzinamento, come riporta questo articolo di quoted business, presenta molte criticità, prima fra tutte la sicurezza. Ogni sito è unico e quindi diverso, e richiede specifiche analisi per valutarne l’affidabilità. Inoltre, qualora questa forma di compensazione dovesse prendere piede, c’è il rischio che, specialmente nei paesi dove i controlli sono pochi, la questione della sicurezza venga trascurata e si realizzino vere e proprie bombe biologiche pronte a esplodere.

Qual è il vero punto? Fino a poco tempo fa, i colossi del gas e del petrolio negavano che le loro attività contribuissero così massicciamente al cambiamento climatico, proprio come le compagnie del tabacco negavano che le sigarette fossero una delle principali cause di malattie polmonari. Oggi che questa strategia ‘negazionista’ non è più sostenibile, le aziende tentano la strada della disinformazione e del ‘greenwashing’ (come abbiamo visto nell’articolo Le bugie verdi dei colossi del petrolio), ottenendo il duplice effetto di rendere la propria immagine più ‘eco-friendly’ e di diminuire la consapevolezza presso l’opinione pubblica dell’urgenza e della gravità del problema.

Le emissioni vanno tagliate e basta, non vanno né compensate né stoccate. L’unica soluzione, lo ripetiamo, è diminuire drasticamente l’immissione di sostanze nocive nell’atmosfera. Qualsiasi altra strategia è, per usare un’espressione quanto mai appropriata, fumo negli occhi. I piani di decarbonizzazione e il net-zero sono un modo per le aziende coinvolte di continuare con il loro ‘business as usual’ a spese di tutti noi. A livello globale si moltiplicano le iniziative per cambiare questo corso, come testimonia ad esempio la proposta di un “Trattato per la non proliferazione del combustibile fossile” (che potete trovare qui: The Fossil Fuel Non-proliferation Treaty). Il progetto ha ricevuto il sostegno di numerosi scienziati e premi Nobel e prospetta una sorta di disarmo simile a quello per il nucleare, da realizzarsi secondo tre linee guida: la prevenzione di nuove esplorazioni e nuovi siti estrattivi, lo smantellamento di quelli esistenti e la transizione dei lavoratori, delle comunità e delle aziende verso modelli energetici ecologici e sostenibili.

Anche noi dobbiamo fare la nostra parte. A parole siamo tutti alleati dell’ambiente, ma nei fatti? I comportamenti che possiamo adottare sono molti. Privilegiare la mobilità dolce rispetto all’utilizzo dell’auto, preferire i prodotti locali, moderare l’uso del riscaldamento e del condizionamento e così via. È possibile trovare numerosi suggerimenti in questa pagina di ‘eco-consigli’ a cura del WWF. Ricordiamocelo sempre: non esiste un pianeta B.