Amazon ‘zero euro’

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Centro logistico
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‘Zero tituli’, diceva provocatoriamente José Mourinho: ma una cosa sono i trofei sportivi, un’altra le tasse pagate dalle multinazionali. E Amazon riesce nell’impresa di versarne zero.

A giudicare dall’ultima dichiarazione fiscale di Amazon riportata dal sito The Guardian in questo articolo, l’ammontare delle tasse pagate dal colosso di Seattle in Europa è pari a zero. Questo nonostante i 44 miliardi di euro di ricavi ottenuti nel 2020, 12 miliardi in più rispetto all’anno precedente. E non solo: l’azienda ha dichiarato perdite per 1,2 miliardi, maturando quindi un credito d’imposta di 56 milioni che va ad aggiungersi a quelli già accumulati. Grazie a questo meccanismo, Amazon dispone di ben 2,7 miliardi di crediti che potrebbe utilizzare qualora si vedesse mai obbligata a pagare qualche euro di tassa in Europa.

In una nota, la multinazionale ricorda che ovviamente c’è una differenza tra i ricavi e i profitti, e che solo su questi ultimi si versano le imposte. Sottolinea inoltre che i profitti del gruppo sono rimasti bassi a causa degli investimenti realizzati e del fatto che il settore della logistica è altamente competitivo e presenta margini ridotti. Dichiarazioni formalmente corrette, ma che non tengono conto di alcuni fattori cruciali, il primo fra tutti la sede europea dell’azienda, localizzata nel Lussemburgo, un paradiso fiscale nel cuore dell’Europa (e paese membro dell’Ue), specializzato nel concordare trattamenti fiscali ‘su misura’ con le corporation internazionali che vi si stabiliscono. Inoltre, Amazon non diffonde i bilanci relativi ai singoli paesi nei quali opera (la filiale lussemburghese fa da riferimento a Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Olanda, Polonia, Spagna e Svezia), limitandosi invece alla dichiarazione fiscale ricordata sopra, composta da sole 23 pagine.

La multinazionale, come altri giganti dell’economia, implementa da molti anni varie strategie per ridurre al minimo le tasse da versare. Secondo questo studio di Fair Tax Mark, nel decennio 2010-2019, le ‘Silicon Six’, ossia Amazon, Apple, Facebook, Google, Microsoft e Netflix, avrebbero goduto di vantaggi fiscali per un ammontare di 100 miliardi di dollari. In particolare Amazon avrebbe pagato 3,4 miliardi di dollari pari al 12,7% dei profitti, mentre la media della tassazione negli Stati Uniti in quel periodo era di circa il 35%.

La Commissione europea ha annunciato, per le prossime settimane, novità riguardo alla discussione su una tassazione minima globale che ponga un freno alla ‘tax avoidance’, ossia l’utilizzo di metodi legali per ridurre le tasse da pagare, ed eviti la concorrenza tributaria al ribasso. Ovviamente crea grande imbarazzo alla Commissione commentare pratiche fiscali poste in essere da alcuni suoi Stati membri come il Lussemburgo e l’Irlanda. L’ipotesi sul tavolo, discussa già da tempo a livello Ocse, è un’aliquota del 21%. Gli Stati Uniti si sono dichiarati disponibili a prenderla in considerazione, subito appoggiati da altri paesi come Germania e Francia. L’Italia, come sottolinea questo articolo di Milano Finanza, potrebbe ricavare grandi vantaggi da questo accordo.

Sarebbe dunque opportuna, da parte dei governi, una presa di posizione decisa per far sì che vi sia un sistema globale di tassazione improntato all’equità e che non favorisca chi, avendone i mezzi, è in grado di approfittare dei vantaggi offerti dai paradisi fiscali e da pratiche varie per versare meno tasse. Sarebbe inoltre opportuno vedere i profitti tassati laddove vengono realizzati e non in base ad altri fattori quali la residenza fiscale, anche perché le multinazionali si appoggiano sui servizi pubblici dei vari paesi dove operano, sulle loro infrastrutture e impiegando la forza lavoro ivi presente. Al contrario, i massicci travasi con i quali le grandi aziende spostano il denaro contribuiscono ad alimentare gli squilibri e disuguaglianze che spaccano sempre di più il corpo sociale.