C’era una volta in Italia

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“Un’Italia senz’anima”: così Massimo Fini definisce il nostro paese, dove oggi sono venuti meno tutti i valori che lo avevano contraddistinto nel secondo dopoguerra.

Qualche giorno fa, prendendo spunto dall’album postumo di Giorgio Gaber “Io non mi sento italiano”, Massimo Fini ha scritto un articolo (che potete leggere qui) dal tono disincantato e sinceramente indignato che ripercorre, tra ricordi personali e avvenimenti di cronaca, oltre cinquant’anni di storia italiana. Nel dopoguerra, rievoca Fini, la solidarietà “che oggi si vorrebbe imposta dall’alto, stava nelle cose”, e nessuno veniva lasciato indietro (“Milano […] era una città di quartieri e nel quartiere ci si conosceva e ci si aiutava tutti”) sebbene fossero anni nei quali “a parte una sottilissima striscia di borghesia che però aveva il buon gusto e il buon senso di non ostentare la propria ricchezza, eravamo tutti più o meno poveri.”

Questa innocenza, ricorda Fini, durò all’incirca fino alla seconda metà degli anni Sessanta. All’inizio, il benessere portato dal boom economico venne vissuto in modo ingenuo, non volgare. Successivamente, tuttavia, il consumismo sempre più tentacolare (nel quale Pier Paolo Pasolini non mancò di individuare uno degli elementi più corruttori della società riprendendo, in questa intervista, l’espressione di Marx “genocidio delle culture”), e l’avvento della violenza e del terrorismo a sostituzione della contestazione giovanile fino a quel momento “ludica e libertaria”, decretarono la conclusione di quest’età spensierata e sognatrice.

Con gli ’80 finirono gli anni di piombo e l’impegno politico, e nacque la “Milano da bere”. Il denaro girava di nuovo, dopo le crisi degli anni precedenti, e gli italiani preferirono godersi questo apparente boom chiudendo gli occhi su ciò che c’era dietro, ossia una corruzione strutturale della classe politica e imprenditoriale. Questa illusoria fase di prosperità durò davvero poco: Mani Pulite, nel biennio ’92-’94, scoperchiò i meccanismi di un sistema che vedeva coinvolti trasversalmente uomini delle istituzioni, dirigenti pubblici e privati di ogni livello e appartenenza.

Avrebbe potuto essere l’inizio di una rigenerazione soprattutto morale della società e invece, tragicamente fedele a quello che ormai appare come un destino ineludibile, il famoso «tutto deve cambiare perché tutto resti come prima» gattopardesco, il Belpaese scelse di sposare l’ennesima chimera che prometteva un rinnovato, grandioso miracolo economico. In realtà l’opera di disgregazione si era ormai compiuta ed erano venuti meno, secondo Fini, “tutti i valori, preideologici, prepolitici, prereligiosi, che avevano contrassegnato il tessuto sociale dell’Italia degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta: onestà, onore, dignità, lealtà, rispetto delle regole.”

“Un’Italia senz’anima”, conclude Fini citando le parole del suo libro del 2010 intitolato, appunto, ‘Senz’anima’. Neanche la pandemia, col suo carico di morti, circa 108.000 solo nel 2020 secondo le ultime stime dell’Istat (5° Rapporto Istat/ISS mortalità 2020, scaricabile a fine articolo), sembra aver provocato un sussulto d’orgoglio nella nostra società lacerata dalla propaganda di parte, dalla disinformazione, dalle fake news, dagli interessi personali ostinatamente perseguiti a scapito del bene comune, dall’ipocrisia e dalla mancanza di principi e di regole condivise.

È con immenso sconforto che abbiamo assistito ai recenti festeggiamenti per l’assegnazione dello scudetto, agli affollamenti lungo le vie dello shopping e nelle zone della movida. Il tutto si è svolto come se i reparti di terapia intensiva non fossero stracolmi, come se nei cimiteri non vi fossero file di bare in attesa di sepoltura o di cremazione. La pandemia continua a mietere vittime sia in Italia che nel mondo, a dilaniare famiglie e comunità: interessa ancora a qualcuno?