Le bugie verdi dei colossi del petrolio

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Compagnie petrolifere
Compagnie petrolifere

Tra disinformazione e ‘greenwashing’, le verità che le compagnie ‘Big Oil’ cercano di camuffare potrebbero essere messe a nudo da una causa intentata dalla città di New York.

In occasione della Giornata mondiale della Terra del 22 aprile scorso, la città di New York ha intrapreso un’azione legale contro le multinazionali del petrolio. Mentre a Washington era in corso il vertice internazionale sul clima voluto dal presidente Biden, il sindaco della Grande Mela, Bill de Blasio, ha annunciato la causa nei confronti dei giganti Exxon, Shell, Bp e American Petroleum Institute. “Hanno violato la legge che protegge i consumatori mettendo in campo una campagna pubblicitaria e sui social media volta a convincere la gente di un qualcosa che era falso e pericoloso” ha dichiarato de Blasio. Dunque, le ‘Big Oil’ avrebbero coperto l’impatto ambientale delle loro attività, nascondendosi dietro un falso ecologismo per apparire ‘green’ agli occhi dell’opinione pubblica.

La replica delle compagnie petrolifere fa riferimento a un precedente legale di non molto tempo fa, quando un giudice della Corte di appello di Manhattan sentenziò che le cause legate alle emissioni di gas serra dovessero essere trattate a livello federale e non statale, come impongono anche le norme degli accordi internazionali. Il fatto che la loro difesa si basi su questioni procedurali senza entrare nel merito delle accuse fa tuttavia riflettere. Ma come stanno le cose? Proviamo a fare un po’ di chiarezza partendo dalla pratica del ‘greenwashing’.

In sostanza è come prendere i panni sporchi (di petrolio, in questo caso) e lavarli facendoli diventare verdi. Ma si tratterebbe di un trucco, come svela il recente rapporto di ClientEarth, un’associazione ambientalista europea. Secondo tale inchiesta, invece di effettuare gli investimenti necessari per ridurre realmente il loro impatto sul clima, le aziende petrolifere preferiscono finanziare campagne pubblicitarie che hanno lo scopo di distrarre e disinformare il pubblico.

Ad esempio, la texana ExxonMobil dichiara di assorbire, tramite varie iniziative, 9 milioni di tonnellate di CO2. Sembra un ottimo risultato, ma se andiamo a vedere quante ne produce, ben 730 milioni (quanto l’intero Canada), scopriamo che si tratta di poco più dell’1% delle sue emissioni annuali. Dagli anni ’90, la compagnia avrebbe finanziato con oltre 33 milioni di dollari ricerche e gruppi con lo scopo non dichiarato di diffondere dubbi e notizie fuorvianti sul cambiamento climatico. Nel 2020, l’azienda ha annunciato ricavi per oltre 250 miliardi di dollari, un profitto destinato a pochi ma realizzato a spese dell’ambiente, cioè di tutti.

La posizione e la strategia delle altre maggiori società del settore non è molto diversa. Shell, ad esempio, a fronte di un ricavo di 311 miliardi di dollari e con emissioni pari a 1,3 milioni di tonnellate di gas nocivi, ha destinato solamente l’1% degli investimenti nello sviluppo di fonti di energia rinnovabile. Per mezzo di un’intensa campagna di comunicazione, rivolta in particolar modo ai giovani attraverso i social media e con il coinvolgimento di vari ‘influencer’, la multinazionale cerca di trasmettere un’immagine positiva del proprio marchio, mostrandosi impegnata nella lotta ambientale. Tuttavia, i dati dicono una cosa diversa.

La storia si ripete per Aramco, la compagnia petrolifera di stato dell’Arabia Saudita, 330 miliardi di dollari di ricavi. È la più grande inquinatrice al mondo, responsabile di oltre il 4% delle emissioni globali. Nonostante i proclami, Aramco è molto attiva nella ricerca di nuovi giacimenti (come riportato in questo articolo di Sicurezza internazionale – Luiss) e dispone di immense riserve che, ai ritmi di consumo di oggi, potrebbero durare fino al 2075-2080.

Per quanto riguarda l’Europa, nel 2020 la francese Total ha dichiarato ricavi per 176 miliardi ed emesso 469 tonnellate di sostanze nocive. Nelle sue stesse previsioni, ammette che l’85% dei ricavi fino al 2030 continuerà ad arrivare da fonti fossili. Simili sono le posizioni della norvegese Equinor e della britannica Drax.

Non c’è niente di male, per un’azienda, nell’evidenziare anche a fini promozionali l’impegno nella salvaguardia dell’ambiente. Il problema nasce quando queste campagne di comunicazione si rivelano ingannevoli. Esse generano una falsa impressione, sia riguardo agli impegni per il clima, sia riguardo alle reali attività produttive, in larghissima parte ancora basate sullo sfruttamento delle fonti fossili. Questa rappresentazione rassicurante, ‘eco-friendly’, diminuisce tuttavia la consapevolezza del loro impatto sul clima, e una minore consapevolezza comporta un minore allarme: e all’improvviso non sembra più così urgente l’addio alle energie di origine fossile.

La scienza ce l’ha detto molte volte e con estrema chiarezza: continuare su questa strada porterà a delle conseguenze catastrofiche per il pianeta e per l’uomo. Ne vale la pena, per permettere a queste multinazionali di continuare ad accumulare ricavi stratosferici a spese di tutti?