Il video di Beppe Grillo – Un’occasione irripetibile

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Beppe Grillo
Beppe Grillo

Il video di Beppe Grillo mette in luce tutte le contraddizioni non solo di una posizione politica che ha ideologizzato il tema Giustizia, ma anche della sua complessa personalità.

Il video di Beppe Grillo in difesa del figlio, indagato dalla Procura di Tempio Pausania per il reato di violenza sessuale in danno di una giovane donna, ha messo ancora una volta in luce come, sul tema della Giustizia, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle non riescano a trovare una seria convergenza. Dopo anni di giustizialismo severo, difesa di norme penali retroattive, presunzioni di colpevolezza, detenzione in carcere come strumento di punizione anticipata, “fine processi mai”, questo video del capo politico del Movimento mette in luce tutte le contraddizioni, non solo di una posizione politica che ha ideologizzato il tema Giustizia fino a farne un vessillo di moralità ed onestà davanti ad avversari ed alleati, ma anche della personalità complessa del suo leader storico, già più volte condannato in via definitiva,  ma pronto a puntare il dito contro chiunque avesse subito finanche una multa e ciò al solo fine di costruire e consolidare la patente di integrità morale della nuova “classe dirigente” dei 5 Stelle.

Invero, tale contraddizione era già emersa, dapprima con le condanne per le firme false alle elezioni amministrative di Palermo nel 2012, e dopo con le indagini della Procura romana dove c’era stato addirittura l’arresto di alcuni esponenti della maggioranza della Raggi – Sindaca anche lei attinta da processo penale e poi assolta – e dove i medesimi consiglieri grillini della Capitale erano passati dall’esibizione delle arance in aula, a puntuali pubbliche difese, all’insegna del miglior garantismo dei propri compagni di partito e della Raggi medesima. Non che tutto ciò non fosse corretto e giusto, al contrario. Su questo il Partito Democratico romano ha dimostrato alle forze della maggioranza capitolina tutta la propria maturità politica, ribadendo pubblicamente di non voler strumentalizzare una vicenda giudiziaria che si sarebbe risolta nella sua sede naturale, ovvero nel Palazzo di Giustizia, e professando un garantismo sostanziale, fino a contenere lo scontro sul piano meramente politico e a confermare la propria piena contrapposizione al progetto di Raggi e della sua Giunta, peraltro precedente ed estraneo anche al percorso governativo di PD e M5S e, come tale, non condivisibile.

Tuttavia le contraddizioni insorte sui territori tra il giustizialismo professato al grido di honestà, honestà dai vari capi nazionali del Movimento e il garantismo timidamente invocato dai soggetti coinvolti nelle inchieste locali – che già sembravano aver capito l’inopportunità della ideologizzazione di una simile tematica – non scalfivano affatto le certezze del livello politico superiore, se è vero che per due anni e mezzo e nel corso di ben due governi di opposto colore, M5S affidava all’irremovibile Ministro della Giustizia Bonafede la sponda alla parte più reazionaria della Magistratura, quella di ispirazione davighiana, che più volte apostrofava gli Avvocati come “azzeccagarbugli”, considerando la difesa un ingombro del processo penale, o mostrava intolleranza per le garanzie dell’imputato, o ancora sosteneva un concetto di erroneità rispetto alle sentenze di assoluzione, ciò in quanto gli innocenti non sarebbero mai tali, ma dei colpevoli rispetto ai quali non si è raggiunta la prova. Un Ministro capace anche di affermare che in carcere gli innocenti non ci vanno e che se un reato non è doloso, allora è colposo, in contrasto con quella millenaria cultura giuridica di cui il nostro Paese, Roma in primis, sono portatori.

Invece in questi giorni abbiamo assistito in diretta e, credo, senza via di ritorno, alla deflagrazione di ogni certezza, reale o presunta tale, di M5S sul tema Giustizia. Il capo politico del Movimento, il suo padre putativo, il suo genio ispiratore, ha confezionato un video ad uso strumentale degli organi di stampa, dove si è scagliato, con una veemenza verbale inaccettabile, contro una giovane ragazza vittima di violenza sessuale – o che comunque, allo stato, percepisce di essere tale – rivendicando l’innocenza del figlio indagato, reo di essersi, a  suo dire, divertito con i suoi amici nel corso di un rapporto sessuale di gruppo con una ragazza “bollata” pubblicamente e via internet come consenziente, accusando la vittima di sostenere il falso, giacché la sua denuncia sarebbe pervenuta “addirittura ben otto giorni” dopo il fatto e adducendo ancora, a fondamento dell’estraneità del giovane ai fatti, il mancato suo arresto da parte della Procura.

Giova innanzi tutto precisare che per questo tipo di reato l’arresto è previsto nei soli casi di flagranza e che il termine massimo per sporgere denuncia-querela è di un anno, proprio per permettere alla vittima di avere tutto il tempo per metabolizzare la difficile decisione di affrontare un processo dove spesso rischia di diventare imputata essa stessa. Beppe Grillo, invece, con le sue invettive incontrollate, non solo ha contraddetto tutto il lavoro parlamentare svolto con impegno da M5S per promuovere la normativa del cd. “Codice rosso”, varato a tutela (principalmente) delle donne vittime di reati, ma ha anche messo in imbarazzo l’intero movimento con uno sfogo che assume anche il sapore di una sfiducia della Magistratura.

L’aver affidato il giudizio della vicenda alla piazza, attraverso lo sbandieramento di elementi, a suo dire, di prova e confermativi dell’innocenza del giovane, fino ad urlare ai Magistrati “prendete me e non lui”, quasi ci si trovasse davanti a dei “sequestratori che promettono un male ingiusto e con cui dover contrattare”, ha creato imbarazzo all’intero Movimento, che fino ad oggi non solo ha sempre espresso, come è giusto che sia, la massima fiducia nel lavoro dei Giudici, ma si è sempre posto anche come il massimo e strenuo difensore in tutte le sedi, fino quasi alla subalternità, del potere giudiziario nel suo complesso, pur a fronte delle recenti vicende che ne hanno, invece, fortemente destabilizzato i vertici associativi e i più alti rappresentanti nel CSM.

Sentir parlare Beppe Grillo in maniera analoga al segretario della Lega, che ormai a getto continuo si professa innocente a mezzo stampa; ascoltare le sue invettive dove si esprimono di fatto gli stessi concetti del leader della nostra destra peggiore, che vuole i potenti, i ricchi e i figli di papà innocenti a prescindere, senza nemmeno la celebrazione di un processo, ma scagionati “dal popolo”, e i poveracci, gli ultimi, a “marcire in galera”,  vederlo cadere in un giustizialismo (o garantismo) a corrente alternata, dove il dito si punta in via preventiva e sempre contro tutti gli altri, mentre per se stesso e i suoi familiari si rivendica a mezzo internet e davanti “al popolo sovrano” la totale estraneità ai fatti, ha creato senza dubbio scompiglio in casa dei pentastellati.

Certamente quanto accaduto è lontano anni luce dalla cultura giuridica del nostro ordinamento, che vede sancito nella Carta costituzionale (ed oggi ancora di più dal recepimento della direttiva UE 343/2016) il principio di presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva, ragione per la quale Grillo non avrebbe nemmeno avuto la necessità di dar vita a quello sfogo, giacché, in uno Stato “normale” un’ indagine non diventa sentenza di condanna e un imputato ha pieno diritto di provare la propria estraneità ai fatti nelle aule giudiziarie, fino ad ottenere anche di essere assolto, senza che si evochi in tal caso l’errore giudiziario.

Ma poiché questa è invece la cultura che fino ad oggi Grillo all’interno di M5S ha alimentato e portato avanti, il capo politico dei pentastellati, davanti all’ipotesi accusatoria formulata dalla Procura all’indirizzo del figlio, è rimasto vittima di questa sua stessa impostazione giustizialista, che stavolta gli è risultata, tuttavia, troppo stretta. Tutto ciò ha fatto cadere la maschera e dimostrato quanto quelle posizioni così oltranziste e oscurantiste professate fino ad oggi si sostanziassero in realtà in uno strumento meramente identitario e di propaganda, utile per raccogliere “la rabbia del popolo” contro i “delinquenti di ogni specie”, da ricercarsi dapprima in tutti i politici e poi in tutti gli altri diversi da sè, da condannare eticamente sin dal primo eventuale atto di indagine e ciò al fine di costruire in capo agli esponenti del Movimento una patente di diversità e di purezza del tutto inverosimile (poiché tutti possono sbagliare), da cui la rivendicata ‘honestà’ per tutti i suoi esponenti e l’intransigenza per le condotte di tutti gli altri. Beppe Grillo, in un totale corto circuito, oggi ha scoperto di non poter essere all’altezza di tutto questo, nemmeno la sua famiglia e nemmeno suo figlio.

Quel video in pochi minuti smonta anni di fanatismo giustizialista, di pretesa superiorità etica e morale, di intolleranza verso ogni forma di garanzia. È la prova che anche per il capo del Movimento l’ottica è mutevole a seconda che l’onta riguardi se stesso o gli altri. Garantisti per sé stessi, giustizialisti in senso assoluto per gli avversari e tutti gli altri.

Ma c’è di più. Quel video riporta indietro di 50 anni le lancette dei processi per stupro, quando le vittime divenivano a loro volta imputate, fatte oggetto di domande intime sulla loro vita sentimentale e sessuale, sui loro usi e costumi, sul loro abbigliamento, con il chiaro fine di trasformarle in “donne leggere”, che se fossero “rimaste alla casa” (citando una celebre frase di un difensore in uno di quei processi) non avrebbero rischiato nulla, mentre il solo fatto che si fossero accompagnate a baldi giovanotti era di per sé significativo della loro piena disponibilità a soddisfare ogni capriccio che fosse stato loro richiesto dai maschi in questione. Lo stesso intervento successivo della mamma del figlio di Grillo ricorda le madri degli imputati di quei processi per violenza sessuale, che accusavano le denuncianti di aver voluto rovinare la reputazione dei loro poveri figli, perché si sa da quando è nato è il mondo che l’uomo è cacciatore e la donna si fa preda a sua scelta e pericolo.

Con tutto questo il Partito Democratico non può avere nulla a che fare. Noi siamo e dobbiamo essere diversi. Risulta totalmente condivisibile allora l’invito rivolto dal nostro Segretario Enrico Letta a Giuseppe Conte di prendere per mano il Movimento e di traghettarlo in un percorso nuovo. In tal senso è necessario che anche sulla Giustizia venga impressa una svolta di civiltà, all’insegna della tutela delle garanzie e dei diritti degli imputati e anche delle vittime dei reati.

Quanto accaduto con il video di Grillo libera definitivamente il Partito Democratico sul tema Giustizia, consentendogli di recuperare a mani libere una propria piena identità garantista, senza con questo mettere a repentaglio un’alleanza che su molti altri temi si è mostrata costruttiva e feconda. L’alleanza PD/M5S è non solo strategica nelle competizioni elettorali, ma occorre che insieme le due forze diano forma ad nuovo polo del centro sinistra, alternativo alle destre. Tuttavia su questo tema non c’è dubbio che d’ora in poi il PD potrà e dovrà riuscire ad essere egemone all’interno della coalizione e a dettare maggiormente le condizioni per indicare anche al partito guidato dal Presidente Conte un percorso condiviso per l’affermazione di una reale e consolidata cultura giuridica.

Se davvero, come affermato dal Segretario Letta, il Pd è il motore del governo Draghi, lo sia anche sul tema della Giustizia, supporti e sia il primo sostenitore della nuova gestione della Ministra Cartabia e diventi il traino di quella nuova direzione garantista di cui si comincia a percepire il sentore, sostenendo l’impellenza di soluzioni su questioni quali intercettazioni e trojan, segreto istruttorio, giusta durata del processo, ergastolo ostativo, gratuito patrocinio, ordinamento penitenziario e riforma del CSM. Questa è l’occasione per imporre un cambio di rotta anche al nostro principale alleato. Un PD più chiaro e netto anche su tali questioni, sarà un PD più identitario e più forte e ciò renderà un buon servizio a tutti i cittadini.