Siamo sicuri che quello tecnico sia il governo dei migliori?

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Tecnocrazia
Tecnocrazia

In un’Europa in cui il rapporto tra principio democratico e principio di competenza è oggi sbilanciato tutto a favore del secondo, occorre ritrovare una politica in grado di dialogare con il potere tecnocratico senza esserne subalterna.

Riprendiamo e approfondiamo di seguito alcuni dei passaggi del dialogo organizzato da Pandora Rivista su tecnocrazia e democrazia (che potete trovare qui).

Definire la nostra democrazia come rappresentativa, costituzionale e liberale, significa lasciare fuori una parte importante, forse a questo punto preponderante, del sistema politico in cui viviamo: la struttura tecnica, ossia gli apparati amministrativi e burocratici formati da specialisti che incombono alle spalle dei vari organi istituzionali. Questi ‘competenti’ sono ormai così intrinsecamente coinvolti nell’attività governativa e decisionale che molti studiosi parlano di tecno-democrazia, se non apertamente di tecnocrazia.

Lo scopo, la pretesa, di questi apparati è di amministrare in assoluta neutralità, senza la conflittualità propria della politica, nell’ottica di prendere le decisioni più efficaci applicandole nel modo più efficiente per assicurare una costante crescita produttiva ed economica. Ma non è oro tutto ciò che luccica. Intanto perché il sapere specialistico è per sua natura circoscritto a una porzione ben definita della realtà, incapace nella maggioranza dei casi di quella visione ampia, per così dire ‘orizzontale’, data da un sapere in grado di spaziare tra le varie categorie della conoscenza. Al contrario, il competente è figlio della sempre più profonda burocratizzazione e specializzazione della società: sa tutto del suo campo, ma non sa nulla di tutto il resto. Difficilmente, dunque, un governo formato da tecnici può essere considerato il governo dei migliori proprio a causa di questa parcellizzazione e dall’assenza di una guida basata sulla ‘competenza politica’ che tenga insieme il tutto.

In secondo luogo, mentre il potere politico si fonda sul consenso del corpo elettorale ed è sottoposto al suo controllo, il potere tecnico non ha questo vincolo e trova la sua legittimazione esclusivamente nella competenza; inoltre, esso non accede alle istituzioni per mezzo di elezioni, dunque sottostando al vaglio degli elettori, ma per via concorsuale o grazie ai titoli e agli attestati. Indubbiamente, negli ultimi decenni abbiamo assistito al progressivo indebolimento della politica a favore della competenza. Le nuove élite si fondano sul merito e i criteri per individuarlo e misurarlo sono le scuole e il tipo di istruzione ricevuta: i titoli, appunto. Oggi sembrano non esserci più i ‘meritevoli politici’, ossia quei pensatori quali Gramsci, Salvemini e, per venire a tempi più recenti, molte delle figure della prima repubblica che, nel bene e nel male, dominavano la scena pubblica.

Il giurista e storico delle dottrine politiche Gaetano Mosca (1858-1941) fonda una delle sue teorie più importanti sulla perpetua lotta tra il principio conservatore-aristocratico, che aspira a mantenere il potere e i mezzi per conseguirlo sempre nelle proprie mani, e il principio democratico, che afferma le ragioni del merito e delle attitudini individuali contro i vantaggi ereditari. Ma il merito, più che offrire la concreta possibilità di emergere, sembra oggi diventata la nuova maschera e il nuovo strumento di legittimazione dell’oligarchia già esistente. L’ambizione della tecnocrazia è quella di estendere il sapere specialistico a ogni campo della società; tuttavia, una classe dirigente formata da competenti non può essere compiutamente considerata come tale in quanto essa non consegue dall’elemento fondante della democrazia, ossia il confronto politico (quasi sempre tortuoso e conflittuale, ma pur sempre confronto).

La perdita di efficacia da parte della politica, giudicata troppo lenta e farraginosa per rispondere alle sfide che pone una società sempre più veloce e complessa, ha lasciato dietro di sé un vuoto che nel tempo è stato riempito non solo dai poteri tecnici, ma anche da quelli del mercato conseguenti alle trasformazioni del nuovo capitalismo globalizzato, finanziarizzato e digitalizzato. Le crisi che si sono succedute negli ultimi anni, sempre più frequenti e profonde, rendono ancora più evidente la debolezza della politica, la cui legittimazione viene messa progressivamente in dubbio. Al contrario, i tecnici trovano la propria legittimazione proprio attraverso le crisi. Lo schema si ripete sempre nello stesso modo: la politica non riesce o non vuole offrire risposte (spesso dolorose e impopolari), fino ad arrivare al punto in cui la situazione diventa insostenibile e non sembrano esserci alternative all’intervento dei tecnici. La pretesa secondo la quale solo il competente conosce la soluzione al problema specifico crea una sorta di dominio permanente del principio di competenza, ma, quando messa alla prova, la capacità amministrativa dei tecnici si rivela spesso solo apparente. Già Benedetto Croce nell’immediato secondo dopoguerra invitava a non illudersi riguardo alle virtù taumaturgiche degli esperti: molte delle crisi innescate in anni recenti non sono state affatto risolte, ma solo tamponate. In alcuni casi, come è accaduto in Grecia, la cosiddetta cura a base di austerity si è addirittura rivelata peggiore del male stesso.

A livello europeo, l’elemento tecnocratico è dichiaratamente preponderante rispetto a quello democratico. Da una parte la proliferazione delle autorità indipendenti di regolazione, il sempre maggiore potere delle Corti, il peso della BCE e la potenza degli apparati serventi, e dall’altra il frammentato sistema elettorale del Parlamento Europeo fanno sì che un sistema di ‘accountability’ democratica, cioè il principio di responsabilità che grava sui governanti e amministratori che operano in nome e per conto della cittadinanza, sia difficilmente attuabile.

L’integrazione europea, nata in seguito alla Seconda Guerra Mondiale per ridurre al minimo la conflittualità tra i paesi e mantenere la pace, si è via via sbilanciata in favore dell’elemento tecnocratico attraverso i Trattati, la moltiplicazione delle autorità indipendenti che hanno assorbito una grande quantità di funzioni e talune norme di diritto quali il principio di sussidiarietà (che legittima l’intervento dell’Unione se gli obiettivi di un’azione non possono essere conseguiti in misura sufficiente dagli Stati membri). Organi prettamente tecnici oggi perseguono indirizzi politici senza tuttavia avere l’accountability che dovrebbe essere parte inscindibile del processo di rappresentanza. Abbiamo invece delle strutture come la Commissione europea e la BCE che godono di ampia discrezionalità e non sono sottoposte a controlli adeguati. Questa situazione può portare a gravi fratture come è accaduto nello scontro tra la Corte Costituzionale tedesca e la BCE riguardo al Quantitative Easing (una contestazione simile riguarda il Recovery Fund).

Abbiamo visto che la legittimazione degli apparati tecnici si basa sulla competenza e sulla pretesa di una migliore qualità delle decisioni, ma è piuttosto evidente come il deficit di potere politico da parte degli Stati membri porti in realtà a un accrescimento del conflitto all’interno dell’Ue. Il Consiglio europeo, che è formato dai capi di governo dei singoli Stati e che definisce l’orientamento politico generale dell’Unione, fa una fatica enorme a gestire questa conflittualità, anche perché deve adottare le proprie conclusioni all’unanimità. In nome del vecchio retaggio che impone di evitare i conflitti a livello dei singoli Stati, questi non solo hanno fatto proliferare in seno all’Europa i vari organi di stampo tecnico che abbiamo visto, ma hanno anche demandato a questi ultimi la risoluzione dei problemi politici, creando di fatto una situazione di sostanziale paralisi decisionale.

Questa struttura decentrata e multilivello ideata per non far esplodere il conflitto tra gli Stati europei appare oggi non più attuale, mentre è reale e pressante l’esigenza di portare le autorità disseminate nell’Unione sotto la legittimità democratica, così come dovrebbe accadere per la governance generale. Prendendo ad esempio la questione dei vaccini, i cittadini, per mezzo del loro organo rappresentante, il Parlamento europeo, hanno avuto ben poche informazioni riguardo alla trattativa con le case farmaceutiche, coperta da un patto di riservatezza. Ciò avrebbe impedito la diffusione di notizie anche rilevanti per l’opinione pubblica. Ad esempio, non ha avuto la giusta risonanza il fatto che la Commissione si è rifiutata di versare, a ottobre 2020, la seconda rata ad AstraZeneca come previsto dal contratto, sintomo che già da allora si profilavano all’orizzonte problematiche con le forniture. Noi, però, ce ne siamo accorti solo quando gli arrivi previsti sono stati ridotti e rimandati. Allo stesso modo, abbiamo saputo in ritardo della lettera della Commissione inviata all’azienda anglo-svedese il 19 marzo, e sul recente incontro tra i rappresentanti della casa farmaceutica e i rappresentanti della Commissione abbiamo solo poche parole di circostanza: sarebbe stato un incontro proficuo, positivo e via dicendo. Sul reale contenuto non ne sappiamo niente. Eppure, per ogni dose che arriva in ritardo (o che non arriva), un nostro concittadino rischia concretamente di contrarre una malattia che potrebbe portarlo alla morte.

Non è più tollerabile che decisioni che influiscono pesantemente sulla vita dei singoli e di interi Stati vengano prese al di fuori di qualsiasi legittimazione e controllo democratico: per questo occorre una profonda riforma delle istituzioni europee, pena, a lungo andare, la sopravvivenza delle stesse.